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(Getty Images)
Economia

Cop28; Francia e Germania creano la «linea Maginot» dell'energia

Da Dubai le mosse delle due potenze europee che, ancora una volta, viaggiano da sole

Alla COP28 gli Stati Uniti assieme a Regno Unito, Francia, Svezia, Finlandia, Corea del Sud, Ghana, Giappone, Marocco, Polonia, Romania ed Emirati Arabi Uniti si sono impegnati a triplicare la capacità nucleare mondiale entro il 2050, passando da 400 gigawatt (GW) a 1,2 terawatt (TW) per diminuire la dipendenza dai combustibili fossili a livello globale. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, inveceha proposto di triplicare la capacità installata di energia da fonti rinnovabili portandolaad almeno 11 terawatt (TW).

Dopo oltre vent’anni di sussidi economici le energie rinnovabili ancora oggi producono una frazione minima dell’energia necessaria a livello globale e sempre più ci si interroga se mai saranno in grado di realizzare i risultati attesi nei percorsi verso un mondo a basse emissioni di carbonio, a partire dal NET ZERO dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA). Negli ultimi nove anni, proprio secondo le stime dell'IEA, sono stati investiti 3.500 miliardi di dollari nella generazione eolica e solare ma questa cifra colossale ha generato meno di 3.500 terawattora (TWh), appena il 12% della produzione totale di elettricità. Solo nel 2022 sono stati spesi quasi 600 miliardi di dollari per aggiungere appena 500 TWh.

Per valutare i risultati delle due differenti opzioni, nucleare o rinnovabili, in Europa disponiamo di un osservatorio privilegiato visto che Germania e Francia, puntano ciascuna su uno dei due mix energetici: la Germania basa la sua “Energiewende” sulle rinnovabili intermittenti, eolico e fotovoltaico, che nel 2023 hanno soddisfatto circa il 45% della domanda di energia mentre la Francia ha prodotto circa il 68% della sua generazione con il nucleare. Vista in semplici termini percentuali si potrebbe azzardare che alla Germania basterà aumentare di circa il 45% la sua produzione di energia eolica e fotovoltaica per raggiungere gli stessi risultati della Francia. Niente di più falso.

La Germania per generare il 45% della domanda ha installato 148 gigawatt (GW) di potenza eolica e fotovoltaica, mentre i 56 reattori della Francia con soli 61,3 GW soddisfano il 68% della domanda. Ma la situazione diverge ancora più drasticamente se analizziamo i risultati nel processo di decarbonizzazione: oggi la Germania fonda la sua sicurezza energetica, al pari di Cina ed India, sul carbone. In particolare sulla lignite, di cui dispone di significative riserve, e che utilizza per compensare l’intermittenza di eolico e fotovoltaico: oggi in termini di emissioni di CO2 a livello europeo la Germania è seconda solo alla Polonia.

L’alternativa al carbone identificata dal governo tedesco per compensare l’inaffidabilità delle rinnovabili, dopo il forzato abbandono dell’economico gas russo (Le politiche climatiche verdi avvelenano l’economia tedesca - Panorama), sono le batterie. L’attuale capacità totale di stoccaggio è di 10,7 gigawattora (GWh) che, basandosi sul consumo totale tedesco del 2022, come ricorda il Dott. Kersevan, corrispondono a circa 12 minuti di consumo medio del paese. Assicurarsi anche solo 4 ore di stoccaggio, significa investire cifre colossali destinate a rinnovarsi ciclicamente ogni volta che le batterie si esauriranno.

I risultati del confronto sono sintetizzati nel grafico sottostante dove emerge con chiarezza che mentre la Francia da oltre trent’anni ha delle emissioni perfettamente coerenti con un Pianeta a basse emissioni di carbonio, la Germania sta compiendo una faticosa discesa che, ancora oggi, comporta una percentuale media di emissioni di CO2 circa 7 volte superiore a quelle francesi. A ciò si aggiunga che i costi dell’elettricità, per i cittadini tedeschi, sono di molto superiori di quelli francesi.


Confronto tra Francia e Germania in termini di emissioni e di prezzi (espressi in USD (PPP)) dell’energia(edecarb.org)

Ma l’aspetto più grave è che il progressivo aumento dei costi energetici sta spingendo l’ormai ex locomotiva d’Europa verso la deindustrializzazione. Una ricerca di Deloitte evidenzia come i due terzi delle aziende intervistate abbiano già trasferito parte della loro catena del valore all'estero. Il 45% di queste prevede che la Germania rimarrà più indietro rispetto ad altre sedi industriali e tra le aziende dell'industria meccanica e automobilistica la percentuale raggiunge il 65%. Per il 59% degli intervistati la principale causa viene identificata nei costi energetici che pare essere anche la ragione che ha spinto i produttori tedeschi di pneumatici, Michelin e Goodyear, ad annunciare la prossima chiusura di diversi stabilimenti in Germania, con il risultato che oltre 2.500 dipendenti perderanno il lavoro.

Di segno opposto è il sentiment odierno nei confronti dell’energia nucleare. Qualche settimana fa, al World Nuclear Exhibition 2023 a Parigi, il messaggio era chiaro: il nucleare è tornato e la Francia intende essere al centro di questo rilancio. Eppure appena cinque anni fa, nel 2018, gli asset dei produttori di uranio venivano considerati incagliati: dopo Fukushima le utility chiusero quasi un terzo di tutti i reattori nucleari. Il Kazakistan, che a seguito delle domanda in forte crescita tra il 2000 e il 2010, aveva avviato una produzione di uranio a costi particolarmente competitivi creò un’eccedenza di mercato con il conseguente crollo dei prezzi passati da 140 a 18 dollari per libbra tra il 2011 e il 2018.

Oggi il mercato dell'uranio è in presenza di un forte deficit strutturale, che richiederà anni per essere corretto. Gli acquirenti delle utility europee, che fino a poco tempo fa prevedevano di smantellare molti dei loro reattori, ora si affannano per assicurarsi il combustibile, dopo che la vita di questi reattori è stata inaspettatamente prolungata. Presto sarà il turno delle utility statunitensi che si renderanno conto che i decenni di abbondanti forniture sono finiti e per assicurarsi i necessari volumi di combustibile causeranno un nuovo picco dei prezzi.

Da ultimo una considerazione legata alla sicurezza energetica: a differenza delle centrali a carbone o a gas naturale per i reattori nucleari il combustibile rappresenta solo il 5% delle spese totali, con una supply chain che l’Occidente potrebbe agevolmente controllare: un tempo gli Stati Uniti erano il più grande produttore di uranio al mondo. Oggi secondo l'amministratore delegato di RWE, Markus Krebber, l'Europa è ancora vulnerabile agli shock dell'approvvigionamento di gas e non vi sono segnali di quando questa tendenza possa invertirsi mentre è manifesta la potenziale fragilità delle sue infrastrutture di trasporto. Peggio ancora le rinnovabili la cui catena di approvvigionamento è saldamente nelle mani di Pechino pronta a farne uno strumento di pressione geopolitica.

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Giovanni Brussato