Argentina in crisi: l'incubo di un nuovo default

Inflazione e debito pubblico fuori controllo rendono il paese sempre più povero. Ma riforme, aiuti esterni e fiducia possono evitare il collasso

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La protesta dei lavoratori argentini delle banche contro il governo del presidente Mauricio Macri - 21 gennaio 2018 – Credits: EPA/David Fernández

Claudia Astarita

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L'Argentina è di nuovo in crisi. La valuta nazionale ha perso il 20 per cento del suo valore in meno di una settimana e la Banca centrale è stata costretta ad approvare manovre estreme per stabilizzare una situazione che, nella realtà, si fa ogni giorno più grave.

Il ruolo del Fmi

Nel tentativo disperato di evitare il collasso il presidente Mauricio Macri ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale di anticipare la consegna di un prestito da 50 miliardi di dollari che era stato chiesto lo scorso maggio, ma non è detto che questa iniezione di denaro sia sufficiente per permettere al paese di ritornare a galla. Ne' il Fondo ha confermato la volontà preannunciata da Macrì di prendersi la responsabilità di assicurare il sostegno finanziato all'Argentina per tutto il 2019. Al momento l'unica certezza che abbiamo è che lunedì il ministro delle finanze di Buenos Aires sarà a Washington proprio per definire una road map di aiuti.

Cosa è successo

Dopo aver registrato un primo crollo del peso argentino del 15 per cento, lo scivolone peggiore da quando la valuta ha iniziato ad essere scambiata liberamente, nel 2015, la Banca centrale ha subito alzato i tassi di interesse. Il fatto che si tratti del quarto aumento in 12 mesi e considerando che appena un paio di settimane fa il governo si era impegnato a evitare nuovi rialzi almeno fino ad ottobre, l'ennesima crescita del costo del denaro, tra l'altro del 15 per cento, non fa altro che confermare le preoccupazioni di mercati e investitori per una situazione economica interna traballante.

Il nodo delle riforme economiche

Il presidente Macri è in carica da due anni e va detto che in questa prima parte di mandato di riforme ne ha mandate avanti tante. Ha liberalizzato il tasso di cambio, ha dato maggiore indipendenza alla Banca centrale definendo un obiettivo di inflazione da tenere sotto controllo, ha eliminato le tasse sull'esportazione di beni agricoli, ha iniziato a eliminare sussidi particolarmente costosi sulla finanza pubblica, ha approvato una riforma fiscale importante per le aziende, è riuscito a ridurre la spesa pensionistica che pesa tantissimo sul bilancio nazionale e ha iniziato a lavorare tanto anche su riforme strutturali di natura microeconomica, per cercare di trasformare l'Argentina in un paese in cui possa essere più facile fare business.  

Le difficoltà di Macri

Il presidente-imprenditore dell'Argentina ha ereditato una serie di problemi economici importanti dalla precedente amministrazione, ma è stata la sua liberalizzazione del cambio a portare all'esplosione dell'inflazione. Macri ha ragione a ribadire che il modello che il paese sta seguendo è giusto e che non si può cambiare strada perché quella attuale è l'unica percorribile. Però il debito resta alto e la fiducia anche degli operatori economici interni è limitata. In più, con una svalutazione galoppante, e una recessione e disoccupazione in crescita è facile ritrovarsi a credere di essere sull'orlo di un nuovo 2001. E invece il quadro complessivo non è così tragico, e un altro default sembra per ora improbabile.

Scenari possibili

Il futuro del paese è oggi in mano a un'amministrazione che deve convincere di avere le capacità e la forza di far rientrare debito e inflazione contemporaneamente. Ma gli argentini non sono convinti, e scendono in piazza per protestare contro salari che non tengono il passo con l'inflazione, contro il taglio dei sussidi e tante altre misure che li stanno impoverendo. E soprattutto non credono che possa bastare avere pazienza e dare fiducia al governo per evitare il collasso.

Aiuti e fiducia

Il collasso dell'Argentina sarebbe un disastro per l'America Latina, per gli Stati Uniti e anche per l'Europa. Ed è per questo che Christine Lagarde ha giù anticipato la volontà del Fondo monetario internazionale di dare una mano. Come lo scopriremo la prossima settimana. Ma se le misure proposte dal Fondo e da Buenos Aires coincideranno, come è probabile, potrebbe essere raggiunto un accordo di medio periodo in grado di permettere al governo di essere ancora più incisivo nelle riforme macro e microeconomiche, nella speranza di riuscire così a scrollarsi definitivamente di dosso la pesantissima eredità della precedente amministrazione. Se poi il pacchetto di aiuti contenesse misure concrete per convincere la popolazione che nessuno li ha dimenticati e che i sacrifici passati e futuri sono necessari per rendere la nazione più solida e più ricca, potrebbe essere possibile ripristinare un clima di fiducia minima altrettanto necessario per evitare il peggio.  

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