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Roberto Vecchioni, 'Il mercante di luce' - La recensione

La voce del cantastorie si eleva dall'oscurità a raccontare una fiaba attualissima, eppure antica come il mondo

Il mercante di luce

Michele Lauro

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Viene voglia di entrarci, fisicamente, in questo libro, ché l'obiettivo del grande fotografo Gianni Berengo Gardin ha catturato un attimo sublime. Un uomo sulla scala, nella radura urbana satura di foschia appena rischiarata da una fila di lampioni, ripara una lampadina: gesto semplice, carico di simbologie. Il mercante di luce - effimero protagonista del nuovo romanzo di Roberto Vecchioni - è colui che sottrae all'inesorabile scorrere del tempo piccoli istanti gravidi di senso. Come una melodia o come un'emozione, come l'ipotesi di una speranza.

Nel principio furono i miti dell'antica Grecia tramandati a noi dai cantori leggendari, Omero, Sofocle, Euripide, Saffo e tanti altri. Da loro germogliò la radice di ogni pensiero del mondo occidentale, cioè la promessa di ri-creare il mondo attraverso la sua rappresentazione. "Gli uomini li ha percorsi tutti e scandagliati, sbugiardati, ha esaltato il loro pensiero rispetto all'eterno". Vecchioni attinge al suo ricco background di umanista e artista per narrare una fiaba piena di passione (per la poesia, l'arte, la bellezza) e com-passione (per le miserie del genere umano). Dolceamara come la bruma che si plasma e si riplasma.

Stefano Quondam (un nome un'allegoria) è un misconosciuto professore di letteratura greca con un figlio, Marco, affetto da progeria (malattia e allegoria), rara sindrome che causa l'invecchiamento precoce: il corpo deperisce al ritmo di otto anni in uno, la mente e le emozioni seguono invece l'età anagrafica. Il padre nutre lo sfortunato figlio con un cibo molto particolare a base di poesia e mitologia greca, mentre lateralmente scorre il mondo con l'inconfondibile inerzia, con le tentazioni, i fallimenti, l'imbecillità, le moine della sorte a blandire individualità meschine.

Quondam coltiva un'illusione insieme tragica ed eroica. Accompagnare il figlio attraverso un viaggio nei pensieri già pensati dagli antichi saggi, perché possa recuperare "dentro" ciò che gli mancherà per sempre "fuori": il pathos esistenziale che i greci usarono per condire la loro ars narrandi. Il fuoco e gli inganni di amore e psiche, la solitudine della non appartenenza, la notte sorella d'eternità, il caso e la necessità, il destino contro il daimon individuale, la paura e la rabbia, il valore e la coerenza, il desiderio e la speranza, la ripicca, il rancore, la noia, il dolore senza il quale non si reggerebbe il mondo. Il mistero del tempo, il grande inafferrabile: non importa quanto ma come si vive...

"Sì ma io voglio cose, non letteratura", esclama il ragazzo. Quondam va oltre l'evidenza: "la poesia è un sapore, un odore, una visione". Finché il male si affaccia sul crinale fra realtà e sogno proprio il giorno della festa, nella piazza San Marco agghindata per il carnevale. Protetto dalla maschera di Batman, Marco prova una felicità sconosciuta interpretando l'eroe della spregiudicata Colombina. Ma il bacio non risveglia il principe azzurro, anzi svela le fattezze del rospo. Fuori la maschera, gridano gli altri bambini senza sapere di incarnare belve crudeli. Estasi e vergogna collidono nell'attimo fatale. Il male non sembra mai avere vergogna.

Scrivi Vecchioni, inverando l'auspicio di un tuo sodale milanese scomparso troppo presto ("Non elogiate il pensiero che è sempre più raro ... Non indicate per loro una via conosciuta / ma se proprio volete raccontategli il sogno di un'antica speranza"). Scrivi Vecchioni. Libri o canzoni. Insegnacene ancora, mercante di sogni, di storie così a noi che siamo come vecchi-bambini. Per tenerci al riparo dall'ovvio e dalla malinconia. Per coltivare la vita come una passione.

Roberto Vecchioni
Il mercante di luce
Einaudi
pp. 124, 15 euro

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