Gabriele Di Fronzo, 'Il grande animale' - La recensione

Romanzo breve in due movimenti: uno verso la vita, uno verso la morte

il grande animale

Il grande animale, particolare della copertina – Credits: Pappagallo di Stefano Graziani

Michele Lauro

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Compito del tassidermista è tenere insieme la recita del vivo e la figura del lutto: una missione professionale che nel caso di Francesco Colloneve, protagonista del romanzo d'esordio di Gabriele Di Fronzo, strada facendo diventa impasse esistenziale. Se l'imbalsamatore è una figura che può causare un certo disagio - specie se avete visto il disturbante film di Matteo Garrone, 2002 - Il grande animale esplora il confine tra perdizione e salvezza in centoventicinque brevi quadri di inconsueto spessore introspettivo. Un'opera prima originale, elusiva e allegorica come una liturgia del vuoto.

Il diario del protagonista alterna le minuziose descrizioni tecniche del lavoro di tassidermista alla cura quotidiana del padre, in progressivo decadimento fisico e cognitivo. L'accudimento finirà per assorbirne, inglobarne, totalizzarne i pensieri e le azioni, tracciando la curva esistenziale del codice paterno fino al congedo dall'unico figlio. Un figlio che avrebbe forse voluto diverso. Il doloroso istante in cui la malattia impone un ribaltamento dei rapporti tra padre e figlio è intorbidito infatti dal peso del passato. Mentre la memoria del vecchio si svapora conservando solo sparuti brandelli di dignità, il narratore rievoca il tempo delle vessazioni in un dialogo asimmetrico con il genitore: l'uomo che "infliggeva terremoti e ora ospitava una lumaca a spurgare raggomitolata dentro la testa" vuole riascoltare il film della sua vita con le parole del figlio. Ma solo i momenti brutti, quelli che lo facevano arrabbiare: gli altri non gli ha dimenticati.

La strumentazione dell'imbalsamatore si trasforma a poco a poco - attraverso l'iterazione di un climax inesorabile - in una grande metafora sulla vita e sulla morte. Molti lati oscuri dell'inconscio si annidano fra le sue squame: il seme creativo che sprigiona dalla maniacalità e la componente metafisica della disciplina, il prezzo che esige il bisogno di autostima e i labili confini che nelle famiglie separano le vittime dai carnefici, la responsabilità degli adulti sull'induzione del senso di colpa, la fascinazione dei pensieri sulla morte, la ritualizzazione come palestra per l'elaborazione del lutto.

La natura psicanalitica del romanzo è sottesa a una tecnica narrativa spietata, lucida e seriale, ancorata a una lingua ricca di sfumature ma anche parcellizzata come il suo bizzarro trionfo di classificazioni. Quadro dopo quadro si dispiegano le tassonomie più disparate: dalla filiera organizzativa degli strumenti di imbalsamazione alla lista di operazioni per far sembrare vivo un animale morto; dall'elenco delle vessazioni subite da bambino ai rumori casuali che sottolineano l'istante del trapasso (le "gelosie divelte" e la "gazzarra di serrande che si alzano e si abbassano", bellissimo); dalla lista degli oggetti fuoriusciti da un accappatoio alle operazioni di vestizione del defunto, fino a tutti i colori che può assumere il vuoto.

In definitiva Il grande animale è un romanzo sull'inafferrabilità del tempo. "Tra i figli alcuni, me compreso" dice Francesco Colloneve, "non si abituano ad avere a che fare con il proprio padre, e passano invece tutta la loro vita a indagare l'unico modo che esista per vivere senza". È una riflessione disarmante, che coglie in pieno uno dei tanti paradossi dell'esistenza, una ragione profonda del male di vivere per molti genitori e molti figli. Mescolando l'ironia e la plastilina per ricucire l'orrore di una solitudine che ci avvolge tutti, Di Fronzo propone una risposta inattuale alla vertigine dell'incomprensione.

Fare spazio, sottrarre, sgomberare. Solo nel vuoto può sgorgare di nuovo, forse, la fonte dell'amore come motore immobile del principio biologico generativo, dissepolto dagli ostinati fraintendimenti quotidiani. Così simile all'obiettivo finale di un bodhisattva, l'ossessione del vuoto è il dogma dell'imbalsamatore: l'unico elisir per dare eternità alle cose.

Gabriele Di Fronzo
Il grande animale
Nottetempo
161 pp, 12 euro

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