Le Polaroid di Maurizio Galimberti. In una mostra e in un libro

Se l'istantanea diventa la tessera di un mosaico. Il mondo visto dagli occhi del fotografo italiano

Maurizio Galimberti, "Polaroid", Vanilla Edizioni

Micol De Pas

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«Mi piace pensare di essere un musicista, considerare le mie Polaroid come delle note musicali che io suono nello spazio avvalendomi della mia macchina fotografica». Le parole sono di Maurizio Galimberti, il fotografo che ha fatto delle polaroid il suo mezzo espressivo d'elezione.

In effetti, i suoi lavori sono come partiture musicali, in cui ogni istantanea serve a comporre un paesaggio, un volto, un'idea. Come in un collage tematico, Galimberti procede per giustapposizione, a volte in chiave pop, a volte in versione quasi classica, fino a creare un mosaico. Alcuni hanno definito questa tecnica a grappolo, forse anche a indicare il volume, quella strana tridimensionalità che cattura subito l'attenzione di chi osserva l'opera. Che, in un certo modo, risuona: guardarla è un po' come ascoltarla, perché ci si perde nei dettagli, come nei suoni di un brano, mentre si osserva l'immagine completa.

Un gioco di specchi, di echi e di idee che si concentrano in una foto fatta di tante foto, come dei pixel sovradimensionati, in versione analogica. Narrato in un libro ed esposto a Castello di Montecchio Emilia, dal 25 aprile al 9 giugno.

In questo video, l'artista racconta la sua tecnica:

Polaroid, Maurizio Galimberti

in mostra a Castello di Montecchio Emilia, dal 25 aprile al 9 giugno

Catalogo a cura di Alberto Mattia Martini, Vanilla Edizioni, 18 euro

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