Mostre, è Pietro Bembo il vero arcitaliano

Un'esposizione a Padova ricostruisce la collezione d'arte e la personalità del geniale veneto che fu politico, asceta, cardinale e libertino

di Giorgio Ieranò

Ha amato, ricambiato, Lucrezia Borgia, con cui intrattenne una relazione clandestina. Ha inventato, con lo stampatore Aldo Manuzio, il libro tascabile, le famose «aldine» che circolarono per tutta Europa nel Cinquecento. Ha plasmato la lingua letteraria degli italiani: se per mezzo millennio poeti e prosatori hanno scritto come hanno scritto, lo si deve in gran parte al suo influsso. Ha influenzato la cultura europea, codificando le regole poetiche del petrarchismo. Era un personaggio complesso e chiaroscurale, erudito e pragmatico, asceta e libertino, teorico dell’amore platonico e praticante di quello carnale. Era veneziano ma toscaneggiava, studiò il greco a Messina con i dotti bizantini ma visse alle corti di Ferrara e Urbino, passò giornate a discutere di poesia con Ludovico Ariosto ma fu anche segretario di Papa Leone X, cardinale di Santa romana Chiesa, e morì infine da vescovo di Bergamo. Pietro Bembo (1470-1547) era la quintessenza del Rinascimento. Ma, anche un distillato di purissima e contraddittoria italianità, quando l’Italia doveva ancora nascere.

Anche per questo è imperdibile la mostra Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento , a Padova (Palazzo del Monte di Pietà) dal 2 febbraio al 19 maggio. È un’esposizione che promette di essere eccezionale: per la prima volta dopo mezzo millennio si ricompone la straordinaria collezione di opere d’arte che il grande umanista era andato raccogliendo per tutta la vita e che sono state ora nuovamente radunate da musei di tutto il mondo. Mentre con le Prose della volgar lingua gettava i fondamenti della cultura letteraria italiana, Bembo collezionava infatti quella che, allora, era l’arte contemporanea, i quadri dipinti dai suoi amici artisti. E quegli amici si chiamavano Raffaello e Tiziano. Ne venne fuori un’incredibile raccolta d’arte rinascimentale. Bembo la custodiva nella casa di Padova in cui si era trasferito nel 1521 con la sua amante Ambrogina Faustina Della Torre, da cui ebbe tre figli. Tra questi lo sciagurato Torquato che, alla morte del padre, mise all’incanto e disperse i capolavori della collezione.

Ora quei capolavori ritornano a Padova. Con le opere rinascimentali (capi d’opera del Giorgione, come il Ritratto d’uomo con libro verde arrivato da San Francisco, quadri di Hans Memling, Giovanni Bellini, Tiziano, disegni di Raffaello e Michelangelo) ci sono pezzi di arte antica e manoscritti rari. E c’è la ciocca di capelli biondi che Lucrezia Borgia regalò a Bembo e che il feticista lord Byron tentò invano di rubare. Fu trovata, dopo la morte dell’umanista, fra le lettere che Lucrezia gli aveva inviato. Tutte scritte in cifra, per eludere la sorveglianza del rude marito di Lucrezia, il duca di Ferrara Alfonso d’Este.

Bembo si fece alfiere di un’idea d’Italia in cui la cultura poteva essere elemento di unità e di progresso. Nel ’500 l’idea funzionò e l’Italia, pure travagliata da crisi, debole e divisa politicamente, ebbe qualche prestigio in Europa. Oggi l’impresa si presenta più ardua. Se non altro perché là dove c’era Raffaello ora c’è Maurizio Cattelan.

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