Femminismo tra vittimismo e protagonismo

Una battuta di Carla Bruni riaccende il dibattito sulle donne

Credits: Corbis

Terry Marocco

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Che stesse traballando già si sapeva. Che gli avessero lanciato bombe incendiarie per distruggerne il mito è cosa nota. E che il totem del femminismo dovesse fare i conti con la realtà delle nuove generazioni era inevitabile. Una nuova scossa arriva adesso dalle parole di Carla Bruni Sarkozy , che nella sua ultima intervista per la copertina di Vogue ha detto soavemente: "Non sono una femminista attiva. Al contrario, sono una borghese. La mia generazione non ha bisogno del femminismo". Tra l’infanzia nel castello di Castagneto Po e la maturità nelle stanze dell’Eliseo, di quale femminismo ha mai avuto bisogno Carlà? La verità si paga e su Twitter le donne si sono scatenate, crudeli. Mostrando tuttavia una ferita aperta: femminismo è ormai una parola abusata, antichi gli slogan che inneggiavano alla libertà del corpo, al maschio carnefice, così come le teorie sull’orgasmo clitorideo e quello vaginale.

"Il termine si sta ingabbiando, le ragazze giovani chiedono nuove parole e significati diversi" spiega Lorella Zanardo, femminista di ultima generazione e autrice de Il corpo delle donne (qui il video del documentario ). Ed è un po’ vero quello che sostiene l’ex première dame: "In Italia quelle che per censo hanno raggiunto una posizione non sono abituate a lottare". Non è così all’estero, dove le borghesissime Hillary Clinton, Meryl Streep e Tina Brown, direttore di Newsweek, che alle donne ha dedicato le più controverse copertine dell’anno, si battono per i loro diritti.

"Quando il femminismo iniziò in America a metà dell’Ottocento era di matrice borghese. John Stuart Mill e Harriet Taylor si rifacevano ai valori di libertà ed eguaglianza e non vedo perché oggi le donne borghesi non dovrebbero avere bisogno del femminismo" osserva Nicla Vassallo, docente di filosofia teoretica all’Università di Genova. E così il castello delle streghe, di quelle che ancora pensano che il maschio sia il nemico da battere, che ogni rapporto sia uno stupro, come teorizzava Catharine MacKinnon, è stato scardinato selvaggiamente. E a seppellirlo sono state altre donne. Come la casalinga inglese E.L James che con la sua trilogia pornosoft da milioni di copie, Cinquanta sfumature di Grigio (Nero, Rosso), ha portato molte donne in tutto il mondo a riscoprire le presunte gioie della sottomissione, le delizie della frusta. O la celebre femminista Naomi Wolf che, nel suo ultimo e discusso Vagina: a new biography, spiega che tutto parte da là sotto, anche le idee migliori. Contraddicendo Clare Boothe Luce, la storica ambasciatrice americana, che invece osservava: "Se Dio avesse voluto che ragionassimo con l’utero, perché ci ha dato il cervello?". Oggi s’inneggia all’organo sessuale femminile, in una nuova frontiera del femminismo che vede nel sesso con i maschi non più un’oppressione, ma un allegro supermarket, e frotte di giovani donne che non pensano affatto a bruciare i reggiseni, ma piuttosto a tingersi di blu i peli pubici.

Simone de Beauvoir, altoborghese e femminista in turbante, nel suo celebre Il secondo sesso , pietra miliare di generazioni di paladine delle donne, ammoniva: "Donne non si nasce, lo si diventa". Come dire: nasciamo uguali e poi la società ci assegna i ruoli.

Ma ormai fa sorridere pensare al maschio padrone. Marcela Iacub, avvocato argentino femminista, ha addirittura pubblicato un libro, Una società di stupratori? (edizioni Medusa), a favore di Dominique Strauss-Kahn e contro l’ideologia egemone, "moralista e vittimista". Allora, se non c’è più lui, se il maschio è svanito, dove è l’antagonista, il nemico? Per cosa ancora dobbiamo lottare? "L’uomo non è mai stato l’antagonista per noi": non ha dubbi Chiara Lalli, 39 anni, filosofa e postfemminista. "Non abbiamo bisogno di loro per parlare di sessismo, ci sono donne che veicolano ampiamente le idee maschiliste, donne illiberali e antifemministe".

Eppure qualcosa per cui lottare c’è ancora, se il Global gender gap report, classifica stilata una volta all’anno dal World economic forum sulla posizione delle donne rispetto alla vita politica, al lavoro, all’educazione e alla salute, mette l’Italia all’ottantesimo posto (sopra di noi Cipro, Botswana e Perù). "Se siamo scesi così in basso lo dobbiamo anche al femminismo di matrice politica che abbiamo avuto in Italia" continua Vassallo. "Ha creduto solo nella differenza di genere, senza evolversi. La diversità, invece di costituire un valore, porta alla segregazione. Le nostre femministe non hanno ascoltato gli altri, non si sono accorte di cosa succedeva nel mondo".

E nel mondo le militanti andavano avanti in una lotta per i diritti, più che per le donne: dalle afroamericane capitanate da Rebecca Walker alle femministe arabe che nel velo vedono una protezione e non un’imposizione, fino alle lavoratrici cinesi che si stanno ribellando alla macabra pratica che le costringe a una visita ginecologica per stabilire se possono lavorare nella pubblica amministrazione. "Dobbiamo smettere con i nostri atteggiamenti vittimisti, ci caliamo ancora in ruoli molto vecchi che ci indeboliscono" conclude Vassallo. Bastava credere fermamente a Coco Chanel, l’icona perfetta dell’eleganza borghese e del naturale femminismo, che dell’uomo diceva: "Può indossare ciò che vuole. Resterà sempre un accessorio della donna".

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