Claudio Trionfera

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Austriaci e tedeschi, uomini e donne, giovani e meno giovani. Tutti a caccia nella Namibia che ha la sabbia del colore dell’arancia e la vegetazione a macchia di leopardo. Sembra l’apoteosi delirante di un neocolonialismo germanico in Africa e invece è il teatro-tetro di Safari (nelle sale dal 1° settembre, durata 91’) che Ulrick Seidl, 64enne regista e documentarista viennese di stile tranchant e meritata fama internazionale, mette in piedi per raccontare il tiro a segno sugli animali in una riserva privata gestita da un austriaco con tanto di manovalanza locale che campa miseramente scuoiando e macellando le carcasse; divorandone poi  i resti (crudi) che qualcuno gli ha gettato in pasto.

La strana indifferenza davanti al rito macabro

Orrore. Non si sa se più per il perentorio manifestarsi delle scene di morte animale o per la boriosa indifferenza  con la quale i cacciatori compiono il loro macabro rito. Se è vero che le cose del mondo bisogna mostrarle, è altrettanto vero che non sempre – per un fatto di misura, di estetica e di morale – è necessario far vedere proprio “tutto”. Per fortuna, però, esiste il cinema. Arte autonoma e possibilmente audace. Che non risponde ai parametri di un’inchiesta giornalistica della tv ed è libero di usare il linguaggio che gli pare: perché l’atto di vedere un film appartiene alla sfera della libera scelta individuale, naturalmente informata, cosciente e consapevole.

C’è perfino il catalogo con le “quotazioni” delle vittime

Così Seidl, che non ha peli sulla lingua così come non li ha sulla macchina da presa, usa questo film come una frustata: partendo da uno spaventoso catalogo con le quotazioni degli animali uccisi (gnu, zebre, giraffe, antilopi, impala, elefanti e via così, tipo esemplari filatelici o numismatici) per arrivare alla fase pragmatica. Dove gruppi di cacciatori assatanati e farneticanti nell’estasi dell’abbattimento viaggiano sui fuoristrada in assetto di guerra prima di appostarsi e incominciare il tiro al bersaglio. Se non fossero tragici sarebbero ridicoli. Una volta compiuti i loro misfatti tra sorrisi, baci e pacche sulle spalle, eccoli in posa accanto alle vittime per le foto da collezionare: non senza aver esclamato il motto Weidmannsheil ad evocare il rito germanico delle antiche tradizioni e dei richiami alle divinità silvane con l’offerta del rametto insanguinato al cacciatore come richiesta di perdono all’animale “sacrificale” (ma dài).

Voto: 3/5

Nelle interviste-confessione le tesi dei “cecchini”

Che dire. Ipocrisia allo stato puro. Come peraltro si desume dalle parole di quei protagonisti intervistati in coppia che dialogano fra loro sull’utilità del loro hobby sanguinario. Da qualche frase si deduce che quel tipo di caccia “è  indispensabile ai paesi emergenti perché porta più ricchezza del turismo; e agli stessi animali che non vengono uccisi (anzi abbattuti – suona meglio…) a caso, anzi per loro può essere addirittura una liberazione, come per esempio per quelli malati; poi così si aiutano le specie a sopravvivere e a riprodursi”. Queste e altre amenità nelle confessioni dei cecchini coi quali la regia, in verità, non interagisce, lasciandoli andare a ruota libera nelle dimensioni di una distanza e di una oggettività che bastano da sole a prendere una posizione. Perché, come si diceva, è sufficiente mostrare.

La fucilata mortale che scatena l’adrenalina

Scene di caccia in bassa Namibia. Parafrasando il magnifico titolo d’esordio di Peter Fleischmann oramai del mitico 1969, ci si rassegna alle peggiori performance di questi guerrieri nei loro momenti topici, carichi d’eccitazione, debordanti di adrenalina: quello della fucilata fatale col mirino infallibile, dell’animale che “ha reagito bene” come brillantemente ne descrivono il movimento dopo che è stato colpito, della scoperta della povera carcassa, infine della foto ricordo. Il resto viene dopo, manovrato dai natii. Scuoiamenti, sezionamenti, macelleria.

Quei due momenti da vivere con raccapriccio

In tutto questo festival del raccapriccio, dov’è obbiettivamente difficile fare una classifica di ciò che maggiormente fa trasalire – ma qui, com’è ovvio, si entra nell’area delle sensibilità e delle inclinazioni personali – ci impressionano specialmente due cose, solo apparentemente lontane tra loro: la terribile agonia di una giraffa colpita a morte e due giovani signore che parlano allegramente e del tutto normalmente del loro killeraggio e delle sue motivazioni  profonde.

Alla stregua di un discorso sullo shopping. Del resto è proprio quella condizione di “normalità” a sbalordire: la stessa che la regìa osserva con gelida oggettività, apparentemente senza influenzare l’azione, tra lunghi piani sequenza e fraseggi più dinamici con macchina in movimento, lasciando che eventi e persone rotolino in rovinosa libertà lungo il loro percorso. Passatempo (dis)umano in una scura faccia del turismo.

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