Edoardo Frittoli

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Compresa nel quadrilatero disegnato dall'abbraccio tra la via Tuscolana e via di Torre Spaccata, la "Hollywood del Tevere" veniva inaugurata in pompa magna da Mussolini il 28 aprile del 1937.

Quel lotto di terreno allora in piena campagna realizzava uno dei pilastri della propaganda di regime, la fabbrica del consenso attraverso il controllo della cinematografia e dell'informazione audiovisiva.

Già dai primi anni del fascismo l'"arma del cinema", consacrata dall'avvento del sonoro, era apparsa come una frontiera da occupare in modo sistematico e organizzato, con un potenziale che completava e superava l'efficacia della stampa e della radio del ventennio. 

L'autarchia degli anni immediatamente successivi alle sanzioni per la conquista dell'Impero completò la ricetta alla base della nascita di Cinecittà, dove avrebbe dovuto concentrarsi pressoché la totalità della produzione cinetelevisiva italiana.

Nel 1935 un incendio aveva distrutto gli studi della Cines al quartiere Appio Claudio, dove si produceva già circa il 50% dei film italiani. Così Luigi Freddi, un fascista della prima ora nominato l'anno precedente a capo della Direzione Generale della Cinematografia contattò il finanziere romano Roncoroni che mise a disposizione fondi per la nascita dei grandi teatri di posa a disposizione della produzione cinematografica di regime e delle redazioni dei cinegiornali Luce (L'Unione Cinematografica Educativa, sigla non a caso molto simile alla parola "duce")

Su progetto dell'urbanista Gino Peressutti, in poco più di un anno nacque un colosso da 73 edifici, di cui ben 14 erano sale posa all'avanguardia. Freddi aveva trovato ispirazione per il progetto di Cinecittà durante un viaggio negli Stati Uniti, per un ente che avrebbe bandito l'importazione a stelle e strisce sostituendola con la produzione autarchica. 

Dal 1937 al 1940 i lungometraggi realizzati nei teatri di Cinecittà crebbero gradualmente fino a toccare nel 1942 anni dopo il picco dei 52 film all'anno, nell'Italia già in guerra da un biennio. A minare la stabilità economica del centro di produzione, al quale era stata integrata la sede del Centro Sperimentale di Cinematografia, furono la guerra e la ristrettezza del mercato ormai limitato alle potenze dell'Asse dominate tuttavia dalla superiorità dell'industria cinematografica del Terzo Reich. Inoltre un mercato interno fortemente sottodimensionato non permise il rientro dei costi di produzione. 

Negli anni del regime, Cinecittà realizza il filone cinematografico del ventennio, fondamentalmente diviso in commedie leggere note come il cinema dei "telefoni bianchi", per la presenza in scena dei costosi apparecchi tipici della borghesia urbana soggetto dei film di evasione. Il secondo filone era rappresentato dall'epica fascista, rappresentata da quelli che furono considerate le pietre miliari tra le pellicole del ventennio come "Vecchia Guardia" di Alessandro Blasetti di e "Luciano Serra pilota" di Goffredo Alessandrini, ai quali parteciparono alcuni dei maestri del neorealismo postbellico come Roberto Rossellini. La produzione nazionale creò i film e anche i divi nostrani, sopra tutti Amedeo Nazzari, Osvaldo Valenti, Isa Ferida, Assia Noris, Valentina Cortese.

Il crollo del fascismo significò la fine del sogno di Cinecittà. Negli anni della guerra, oltre alle bombe, fioccarono i licenziamenti delle maestranze. L'avanzata alleata e la nascita della Rsi decisero il trasferimento al Lido di Venezia di quanto rimaneva del cinema di regime, mentre gli studios romani venivano adibiti dagli anglo-americani entrati nella capitale a campo di raccolta per i rifugiati di guerra.

Fu solo nel 1947 che Cinecittà poté tornare in vita dopo i lavori di ripristino. Le produzioni rimanevano limitate per la crisi postbellica, e fu soltanto a partire dal nuovo decennio che il centro di produzione poté vedere una svolta: furono gli americani, ostracizzati appena pochi anni prima dal fascismo, a ridare linfa a Cinecittà con l'inaugurazione della grande stagione dei kolossal. Anche il cinema italiano dei maestri del neorealismo contribuì a far nascere il mito della Hollywood sul Tevere, con capolavori come Il Viale della Speranza di Dino Risi. La stagione delle grandi produzioni americane durò un decennio. Dai teatri di posa della Tuscolana nacquero cult come Ben Hur, Quo Vadis, Guerra e Pace. Audrey Hepburn e Gregory Peck mostravano al mondo it tesori della città eterna in "Vacanze Romane" (1953)

Dalla collaborazione di Cinecittà con Francia e Spagna nascerà la grande stagione del cinema italiano, che porterà il maestro Fellini a considerare gli studi come una seconda casa condivisa con registi come De Sica, Rossellini, Visconti. Erano gli anni dei paparazzi e della dolce vita. La vita finanziaria di Cinecittà non fu però dolce come quella di Anita Ekberg. Il dissesto economico fu accentuato dall'uscita progressiva delle produzioni americane, terminate alla fine degli anni '60. 

Negli anni della crisi Cinecittà non smise di sfornare produzioni italiane di altissima qualità, tra cui Novecento di Bernardo Bertolucci, C'era una Volta in America di Sergio Leone, Amarcord, E La nave Va di Fellini per giungere alla fine degli anni '80 con la produzione de L'ultimo Imperatore di Bertolucci

La temporanea vendita di parte dei lotti espropriati giunti a scadenza permise a Cinecittà di tirare il fiato per qualche tempo, fino ad una nuova crisi che sarà in parte risolta con il supporto delle nuove produzioni televisive italiane


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