Julius Evola
Il filosofo Julius Evola.
Julius Evola
Politica

Evola: il pensiero che fa paura

Nelle parole del filosofo e scrittore romano, accostato invariabilmente al fascismo, risuonano verità attuali (e scomode), a partire dal concetto di «Tradizione». Le sue idee lo portarono di fronte a un tribunale. Un processo al dissenso raccontato ora in un libro che ripercorre opere e riflessioni di questo intellettuale da rileggere.


Ecco una frase da scolpire nella pietra: «In questa società sbandata si deve esser capaci del lusso di avere un carattere». Julius Evola (1898-1974) la scrisse, nel 1950, nel suo Messaggio alla gioventù. Un appello ai tanti ragazzi che, delusi da movimenti e partiti - di sinistra ma pure di destra - andarono a bussare alla sua porta in cerca di una guida, spirituale prima che politica.

Ci avevano visto lungo, quei giovani: avevano compreso che negli scritti del filosofo romano risiedevano verità fondamentali, non scalfite dal tempo. Verità che, non a caso, ancora oggi sono in grado di illuminarci, parlarci e guidarci, anche se il nome di Evola - purtroppo - continua a essere avviluppato da un odore di zolfo, coperto da un’ombra nera che scoraggia i più dall’avvicinarsi alle sue opere. Sarebbe ora di sbriciolare il pregiudizio, di leggere i testi evoliani con mente libera, e di rendersi conto di quanto siano attuali (anzi, fuori dal tempo, e dunque sempre validi) e di quanto siano utili per tracciare una via che fenda la nebbia oggi prevalente.

Pittore, collaboratore di giornali e riviste, esoterista (ma non da barzelletta), Evola ebbe sempre e solo un faro: la Tradizione. Cioè la filosofia perenne che innerva tutte le tradizioni di tutti i popoli in ogni tempo e luogo. Essendo il suo pensiero quanto di più vicino alla Tradizione esista, rimane di conseguenza sempre valido, e sempre potente. Non per nulla è stato in grado di anticipare tutti i temi centrali dei nostri giorni. Nella Metafisica del sesso, per esempio, sono già presenti - e risolte - le problematiche legate al genere, all’omosessualità e persino alla transessualità.

Evola affronta l’argomento da un punto di vista spirituale, ponendo al centro la fondamentale distinzione tra maschile e femminile, ma ammettendo che le due metà possano bilanciarsi in modo differente a seconda degli individui e delle epoche storiche. In buona sostanza, il filosofo «nero» aveva sviscerato la questione senza la minima traccia di pregiudizio, bacchettonismo o razzismo. E senza un granello di quella che oggi si chiamerebbe «omofobia».

Anzi, a dire il vero a essere vittima di un attacco «omofobico» fu proprio lui. Il questore di Roma, Saverio Polito, in una lettera al suo collega bolognese risalente ai primi anni Cinquanta, calunniò Evola definendolo un «avido e insaziato pederasta», un corruttore di giovani, al solo scopo di infangarlo. Evola, infatti, ha suo malgrado anticipato un altro grande tema: la persecuzione del dissenso.

Quella a cui assistiamo di questi tempi, con tentativi di censura ripetuti, con gli assalti alla Storia portati avanti dalla cancel culture, con l’ossessione per le «discriminazioni» e il «fascismo». Nel 1951, il pensatore romano fu prima rinchiuso per mesi a Regina Coeli e poi portato di fronte a un tribunale con l’accusa di essere l’ideologo dei Far, i Fasci d’azione rivoluzionaria a cui le forze dell’ordine italiane dell’epoca attribuivano progetti eversivi e deliri terroristici.

Benché ormai invalido (fu ferito in un bombardamento e perse l’uso degli arti inferiori), Evola fu trascinato alla sbarra su una lettiga improvvisata. Non potendogli rinfacciare atti di terrorismo o azioni violente, si tentò di inchiodarlo alle sue idee, dipingendolo come un pericoloso propagandista e un apologeta del fascismo. Una farsa da cui uscì intonso, non prima di aver affrontato la corte e gli avvocati dell’accusa con aristocratica sufficienza.

Del resto sarebbe una forzatura definire Evola «fascista». Semmai, azzardando, si potrebbe dire che in certi momenti il fascismo sia stato evoliano. Ciò che il filosofo romano trovò nel regime fu, appunto, il legame con la Tradizione, e fu quello che egli tentò di alimentare, fallendo. Evola condannò sempre «il totalitarismo che caratterizza il fascismo», e - anche durante il regime - agì «contro la tirannide, contro i tribuni capo popolo che ho visto sempre poggiare sull’ignoranza irrazionale delle masse».

Ciò che auspicava era una rivoluzione prima di tutto spirituale, che avrebbe dovuto consumarsi non nella «società», ma all’interno dell’individuo. Si rivolse ai giovani, nel dopoguerra, non certo per pervertirli o per avviarli alla lotta violenta, ma per invitarli a diventare «uomini nuovi», uomini che possono stare in piedi tra le rovine, «esempi» che rifiutino «la demagogia e il materialismo delle masse».

Predicava l’apolitìa, la distanza dagli schieramenti contingenti, non voleva discepoli, ma sognava eroi. Per questo motivo, pressato dai giovani che lo frequentavano e bramavano le sue parole, scrisse Orientamenti (ora rintracciabile in varie edizioni, segnaliamo quella dell’editore Il Cerchio). Per questo, e solo per questo, finì alla sbarra.

A raccontare il processo a Evola pensa ora un bellissimo libro di Guido Andrea Pautasso pubblicato da Oaks, Il filosofo in prigione: nulla di più utile per comprendere l’ossessione sul «fascismo di ritorno» che ancora oggi avvelena il dibattito italiano. Non è il solo merito di questo saggio, tuttavia. Poiché contiene ampie citazioni dei testi evoliani e pure alcuni articoli integrali, esso permette al lettore di farsi un’idea sintetica ma abbastanza completa del pensiero evoliano.

«Tutte le opere di Evola hanno, di fatto, anticipato i dibattiti odierni» spiega a Panorama Andrea Scarabelli, saggista e vicesegretario della Fondazione J. Evola. «Così, è possibile leggere in anteprima la crisi della sovranità nazionale ne Gli uomini e le rovine - 1953 -, mentre il fallimento del paradigma globalista emerge già nelle pagine di Rivolta contro il mondo moderno, del 1934. Il proliferare di “religiosità fai-da-te” e sciocchezze New Age è invece il tema principale di Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, 1932».

E continua Scarabelli: «Evola era anche un prodigioso articolista: nei suoi interventi sulla stampa, già negli anni Quaranta e Cinquanta, denunciò l’eclisse delle religioni istituzionali, sempre più engagées e moraleggianti e sempre meno attente al sacro, lo sfaldamento dei caratteri, la dissoluzione del corpo sociale, la “demonia dell’economia” e la “religione del lavoro” che accomunava comunismo e capitalismo. Redasse anche vari articoli contro il “primitivismo”, denunciando gli infantili “ritorni alla natura” proprio di un certo ambientalismo - quello che oggi spopola tra gli adepti di Greta Thunberg, per capirci - e proponendo un approccio virile e trascendente alla natura».

Con la Tradizione come faro, Evola aveva previsto e compreso ciò che sarebbe accaduto poi, e aveva fornito - appunto - preziosi «orientamenti» per salvarsi dallo sprofondo, per riuscire a «cavalcare la tigre» (questo il titolo di uno dei suoi capolavori, disponibile presso le edizioni Mediterranee assieme agli altri testi capitali del Divo Julius). «Quando un’intera civiltà volge verso la sua fine» scriveva «è difficile pensare a giungere a qualcosa di positivo opponendosi: la corrente è troppo forte». Non bisogna né opporsi frontalmente, né mollare la presa. Bensì resistere, restare saldi e stare pronti per il giorno in cui la tigre, questa bestiale modernità, sarà stanca di correre.

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