Dante, il lato occulto del Sommo poeta
Il profilo di Dante nella interpretazione in Lego dell'artista cinese Ai Weiwei (GettyImages).
Dante, il lato occulto del Sommo poeta
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Dante, il lato occulto del Sommo poeta

Dietro l'alto linguaggio dei sentimenti utilizzato nella Commedia, Dante Alighieri celava idee e visioni di natura mistica, filosofica
e politica. Veicolate a un'élite di iniziati: i Fedeli d'Amore. Scrittori straordinari, il cui scopo era affermare l'ordine divino nell'impero terreno.


Tra i primi ad alimentare il mistero ci fu, nel 1825, Ugo Foscolo. Nel Discorso sul testo e su le opinioni diverse prevalenti intorno alla storia e alla emendazione critica della Commedia di Dante, si rintraccia un passaggio sibillino: «Nella mente di Dante la favola era santificata per un sistema occulto». Foscolo sembra suggerire che, nel capolavoro dantesco, ci sia un contenuto segreto, mistico. Occulto, appunto. Un senso profondo di cui - persino nella proliferazione di testi, saggi ed eventi in occasione dei 700 anni dalla morte dell'Alighieri (spirò nel settembre del 1321 a Ravenna) - si parla poco, e sempre con una certa diffidenza. Eppure in tanti si sono misurati con il «segreto» della Commedia, esplorandone di volta in volta le ombre filosofiche, teologiche, esoteriche e politiche.

Subito dopo il Foscolo, tra il 1826 e il 1847 si cimentò nell'impresa una singolare figura di letterato, poeta e militante politico che risponde al nome di Gabriele Rossetti, tra i protagonisti di un gustoso libro di Pier Luigi Vercesi (Il naso di Dante, pubblicato non molto tempo fa da Neri Pozza). Il Rossetti, ricostruisce Vercesi, era nato a Vasto, negli Abruzzi, nel 1783, «figlio di un fabbro e nipote di un calzolaio, nonostante la famiglia discendesse dai nobili Della Guardia».

Sfegatato sostenitore dei francesi e di Gioacchino Murat (che lo ricompensò con incarichi importanti), autore di cantate di un certo successo, iscritto dal 1809 alla massoneria, questo stravagante intellettuale oggi è ignoto ai più. Molto più conosciuto è suo figlio, ovvero Dante Gabriel Rossetti, il genio ispiratore del movimento preraffaellita, che dal Sommo Poeta fu segnato prima nel nome, poi nell'opera e nella vita.

Per Rossetti padre, Dante divenne una sorta di ossessione. I suoi scritti sulla Commedia, tuttavia, non vennero presi sul serio dall'Accademia e dalla critica «ufficiale». Anzi, a dire il vero vennero derisi con gusto. Eppure, alla fine degli anni Venti, uno studioso di grande spessore, Luigi Valli, li riprese in mano, li purgò dalle divagazioni tipiche di un «pensatore senza freno e senza metodo» e ne cavò alcuni saggi rivoluzionari.

Ma che cosa sosteneva, in sintesi, Rossetti? Lo riassume bene proprio il Valli: egli «ritenne che la poesia d'amore del Medioevo fosse costruita in un gergo convenzionale per il quale, sotto l'apparenza dell'amore, esprimeva idee di natura mistica, religiosa o politica. Queste idee potevano con tale artificio essere comunicate tra una schiera d'iniziati, che si chiamavano appunto i Fedeli d'Amore».

A questo oscuro gergo Luigi Valli dedicò studi meticolosi (tra cui l'imprescindibile Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d'Amore, appena ripubblicato da Luni), seguendo una strada che, appena prima di lui, aveva tracciato il suo maestro, un altro grande della poesia italiana: Giovanni Pascoli. Quest'ultimo, non certo alieno alle dottrine esoteriche, scrisse ben tre saggi sul mistero dantesco: Minerva oscura, La mirabile visione e Sot­to il velame. Pascoli iniziò a svelare quello che poi Valli definirà «il simbolismo della Croce e dell'Aquila», introducendo un tema su cui poi si cimenteranno autori come René Guénon, Julius Evola e altri.

Non si trattava di tesi campate in aria. Del resto persino il tedesco Erich Auerbach, tra i più grandi filologi di ogni tempo, ha citato nei suoi studi danteschi le opere di Valli e ha esaminato il filo rosso che, dalle terre di Provenza culla dei Trovatori, conduce fino al capolavoro dell'Alighieri e poi a Francesco Petrarca e a Giovanni Boccaccio.

In Occitania, a partire dall'XI secolo, si sviluppò una scuola di poeti d'amore che ebbe il suo capostipite in Guglielmo IX d'Aquitania (1071-1127). I Trovatori, così si chiamavano, si esprimevano in lingua d'oc, e crearono qualcosa di unico e originalissimo, che Auerbach definisce «una fusione dei desideri dei sensi con i principi metafisici della cultura». Essi unirono, nella loro visione poetica, spirito e corpo. Cantavano d'amore, di donne bellissime e irraggiungibili. In verità per questi poeti «l'amore non è né godimento né follia passionale, ma è lo scopo mistico del viver nobile, e insieme la sua condizione fondamentale e la sua fonte d'ispirazione».

La poesia trobadorica (su cui conviene leggere Il segreto dei Trovatori di Nuccio D'Anna, edito dal Cerchio), attraverso la corte siciliana di Federico II giunse anche in Italia, e si diffuse pure nelle terre del Centro e del Nord. Tra i suoi primi grandi interpreti ci fu il bolognese Guido Guinizelli, considerato l'iniziatore del Dolce stil novo. Ed è sempre Erich Auerbach a sostenere che «i maggiori rappresentanti del Dolce stil novo erano una lega segreta di sapienti e di amanti».

Per capire davvero di che «lega» si trattasse, però, occorre andare più in profondità, e la via migliore consiste nel leggere La bella veste della verità, uno splendido volume appena pubblicato da Mimesis e firmato da Franco Galletti, con postfazione di Alberto Ventura, che con chiarezza e stile affascinante racconta tutto quel che c'è da sapere sui «segreti» di Dante e dei suoi confratelli. «I Fedeli d'Amore» dice Galletti a Panorama «furono un'élite di poeti - e non solo, visto che molti di loro erano anche giuristi - uniti in una catena iniziatica. Hanno cercato di influenzare, forti di un grande prestigio intellettuale, la loro epoca anche dal punto di vista politico».

Di questa élite, oltre all'Alighieri, hanno fatto parte, ovviamente in anni diversi, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio. E personaggi meno noti ma comunque importanti come Cino Da Pistoia. Tutti costoro, spiega ancora Galletti, erano portatori «di una visione sacrale e universale. Per loro l'impero rappresentava l'attuazione terrena della volontà divina. Come esisteva un ordine universale con le sue leggi, quelle dell'astronomia, dalla fisica eccetera, così doveva esistere un ordine umano. Un ordine è il riflesso dell'altro».

L'idea imperiale di Dante e dei Fedeli d'Amore è, dicevamo, incentrata sul simbolismo della Croce e dell'Aquila, due potenze che vanno al di là di ogni gioco politico. Julius Evola descrisse i Fedeli d'Amore come una setta ghibellina, cioè favorevole all'impero e ostile al papato. In realtà non si possono liquidare Dante e i suoi sodali come ghibellini, e non solo perché l'Alighieri parteggiò per i guelfi bianchi (la fazione ghibellina, in quell'epoca, era bandita da Firenze). Il punto è che lo scontro politico quotidiano e terreno ha poco a che fare con i Fedeli d'Amore, i quali si muovono su tutt'altro piano.

«Se il termine ghibellino è utilizzato solo per indicare l'appartenenza a una fazione politica opposta ai guelfi» osserva Galletti «non si può applicarlo a Dante. Per lui l'autorità dell'imperatore era divina proprio come quella papale. Siamo in una dimensione che non è solo terrena, ecco perché il termine ghibellino è estremamente riduttivo».

Per aggiungere mistero a mistero, dobbiamo aggiungere un tassello: il legame dei Fedeli d'Amore con l'ordine dei Templari. Autori come Valli e Rossetti vedevano una comunanza, quasi una sovrapposizione fra i poeti stilnovisti e i cavalieri del Tempio. Leggendo il libro di Galletti si scopre che i collegamenti non mancano, e sono anzi piuttosto forti. Giusto per fare un esempio: il penultimo maestro che Dante incontra nell'ascesa paradisiaca, colui che gli fa da tramite per Maria, è san Bernardo di Chiaravalle, il baluardo dei Templari.

Nell'opera dantesca, inoltre, i riferimenti ai cavalieri sono molteplici, e non è un caso che l'Alighieri si trovasse in «viaggio di studio» a Parigi proprio nell'epoca del processo ai Templari, terminato tra le fiamme dei roghi. I Fedeli d'Amore, tuttavia, svilupparono una fisionomia distinta dai cavalieri già prima che l'ordine templare fosse sciolto. Il libro di Galletti li ritrae perfettamente, e offre lo spunto per riportare alla luce la storia nascosta di questi poeti straordinari. Uomini (ma ci fu anche qualche signora) eccellenti nell'arte e nello spirito, disposti a dedicare la vita alla venerazione di una Donna meravigliosa e sfuggente, bellissima e distante: la sapienza divina.

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