Tagli dei parlamentari: in aula va in scena il remake de 'Gli ultimi giorni di Pompei'

I Soloni della Repubblica sono alle prese con una corsa contro al tempo: fare le riforme prima che vengano imposte da Grillo e grillini

Parlamento

Il 20% del M5S accelera l’agenda parlamentare. Il finanziamento pubblico, la trasparenza nei bilanci di partito, la ghigliottina per chi sbaglia, il taglio delle “teste inutili”, la prova di ricambio generazionale.  Sembra il programma del Movimento 5 Stelle. E invece, è l’accelerazione che le due Aule parlamentari starebbero compiendo per provare a contrastare la sempre più incalzante ascesa di Grillo: ad oggi dato a pochi punti di distacco dai due principali partiti, Pd e Pdl.

In Parlamento va in scena il remake de Gli ultimi giorni di Pompei. “Tutto brucia, anche le nostre teste”, manifesta lapidario un senatore. “Grillo è riuscito nel suo intento” – continua. “E’ riuscito ad obbligarci a portare avanti alcuni provvedimenti che rischiavano di liquefarsi nella lassismo e nella furbizia della partitocrazia”, è l’analisi che emerge da alcuni deputati del gruppo Pd a Montecitorio.  Anche in casa Pdl c’è chi la pensa allo stesso modo: “Ha costruito una bella trappola, da cui difficilmente riusciremo a fuggire. Se non rischiando il linciaggio pubblico. A quel punto, meglio farmi tagliare la testa dalla legge che non dal pubblico ludibrio”.

Il primo si alla riduzione dei parlamentari – da 630 a 508 – lascia un po’ di amaro in bocca. E va a correggere in certezza la preoccupazione che fino ad oggi molti deputati ventilavano come ipotesi: “potrebbe essere il mio ultimo mandato!”. La prossima settimana sarà la volta degli inquilini di Palazzo Madama. Il ramo del Parlamento dove la partita tra antipolitica e “tifosi del salvascranno” è più che mai aperta e complessa.

“Sembra il teatro dell'assurdo, un palco che porta in scena il peggio dei vizi della vecchia politica”. Così si manifestava ieri in Senato - riferendosi al caso Lusi - un parlamentare del Pdl molto critico sulla decisione presa dal gruppo di non partecipare al voto sul tesoriere della Margherita. “Poteva chiamarsi Lusi, De Gregorio, Belsito … Il punto è che bisogna smettere di essere garantisti ad intermittenza a seconda del colore dell’indagato. Bisogna metterci la faccia su certe questioni. Bisogna farsi dettare la linea dalla morale pubblica e non dalla virtù politica. Altrimenti strappo la tessera di partito…”. Chiude sentenzioso.

La tensione in Senato resta alta. E a spaventare ulteriormente sono i veti incrociati ed i ricatti sulle due bombe ad orologeria: la legge elettorale ed il semipresidenzialismo. “Il ticchettio delle scadenze incalza e non si può arrestare il timer”, commenta con una battuta un senatore centrista poco fiducioso sul fatto che il Parlamento riuscirà a portare a casa i due provvedimenti. “Il funerale delle riforme è vicino”, gli fa eco un collega, preoccupato che il nuovo ticket Pdl-antimaroniani alleati di Calderoli -  questi ultimi in Senato sono la maggioranza – possa spuntarla su Senato federale e semipresidenzialismo accantonando tutto il resto.

“La notizia del taglio dei parlamentari e dell’abbassamento a 21 anni per entrare a Montecitorio è di quelle che dovrebbero passare alla storia”, ci fa notare un deputato azzurro. Ma se ieri non ci sono stati particolari trionfi è anche perché “il tutto rischia di arenarsi nel percorso ad ostacoli di Palazzo Madama”. Così, malgrado i buoni propositi, “l’illusione di essere andati incontro alle riforme per frenare l’antipolitica grillina è già destinata a rivelarsi effimera”.

L’idillio che aveva portato al voto favorevole per l’articolo 1 svanisce. La strada torna in salita. E questa volta – questa è la preoccupazione di molti deputati – “non saranno più sufficienti un richiamo dei capigruppo, l’ottimismo dei segretari, o una direzione nazionale”. Le segreterie politiche sono frammentate in così tante linee in contraddizione tra loro ed in grado di paralizzare il percorso di riforme che, “se l’obiettivo di Grillo era quello di dimostrare che con la vecchia classe dirigente non si può cambiare il Paese, allora è ben che riuscito! Ai posteri l’ardua sentenza”.

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