Il Pd tira la giacca a Napolitano

Mentre si attende una nota chiarificatrice del Quirinale sul caso Berlusconi, sono in molti a mettere pressione al Capo dello Stato

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (Credits: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Grazia, commutazione della pena, agibilità politica e come. Oppure non resta che il ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'Uomo? Le ipotetiche soluzioni al «caso B», quello di Silvio Berlusconi, il tre volte tre presidente del Consiglio, il leader del centrodestra, votato da oltre dieci milioni di italiani, condannato definitivamente dalla Cassazione nel processo Mediaset, tengono banco in queste ore nel dibattito politico, in una antivigilia di Ferragosto con i riflettori tutti puntati sul Colle. Anzi su Castelporziano, la residenza estiva del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma quello che dirà il capo dello Stato, in una nota attesa, tra oggi e domani, nessuno può saperlo. E nessuno può interpretare i pensieri del presidente, tanto più in un momento così delicato per la politica italiana.

Se il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta «ha fiducia nella saggezza del capo dello Stato» perché «l’agibilità politica di Berlusconi non è una questione personale», altri nel Pdl del cosiddetto partito dei falchi invocano la grazia tout court , altri, come il presidente della commissione Giustizia del Senato, Francesco Nitto Palma, che è anche un magistrato, ritenuto del partito delle colombe, raccomadano «cautela» sulla questione grazia.

Dice ad “Affaritaliani.it: «Per quanto riguarda le prerogative del capo dello Stato, come è la grazia, bisogna stare molto cauti». A “Panorama.it” Nitto Palma aveva già ripetuto lo stesso concetto. Nell’intervista a Panorama.it aveva anche parlato di un eventuale ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Un ricorso che a suo avviso può ottenere successo, perché si baserebbe sul «pregiudizio molto forte manifestato dal giudice di Cassazione Antonio Esposito secondo quanto riportato in un articolo su “Il Giornale” di Stefano Lorenzetto». 

Questo e le affermazioni fatte dal medesimo giudice a “Il Mattino”, secondo il quale, dice Palma, «Berlusconi è stato condannato per il principio non giuridico del non poteva non sapere», violerebbero «le regole del giusto processo».

E sul riconoscimento da parte della Corte europea della violazione delle regole del giusto processo c’è un precedente che porta il nome di Bettino Craxi.

Il presidente Napolitano nel decennale della scomparsa dello statista socialista, dopo aver sottolineato che per lui ci fu «una durezza senza uguali», nella lettera alla moglie dell’ex premier e leader socialista, Anna Craxi ricordò: «La Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo - nel riesaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi – ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il diritto a un processo equo per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea».

Parole nette e coraggiose quelle di Napolitano, contro il quale si scagliarono immediatamente Idv e mondo giustizialista. Irritati perfino da una sentenza della Corte europea arrivata quando Craxi non c’era già più.

Quel che è certo è che finora Napolitano ha parlato di necessità di una riforma della Giustizia. E proprio la sera del verdetto, premettendo un' «Ora c'è bisogno...» della riforma della Giustizia, interpretato in due forme opposte: i cosiddetti falchi del Pdl hanno pensato che quell'«ora» significasse: ora che Berlusconi è stato condannato definitivamente; altri dell'ala delle colombe e anche alcuni attenti osservatori delle cose del Colle hanno invece interpretato la premessa di quell'avverbio di tempo, come una sorta di stupore di Napolitano per una sentenza che forse si aspettava in modo diverso.  

Ma, intanto, fuoco di sbarramento anticipato nei confronti di qualsiasi presa di posizione del  Colle, ora lo sta facendo il Pd. Che per bocca proprio del suo responsabile Giustizia, Danilo Leva, già annuncia che dal Quirinale non arriverà alcuna grazia.

Dice testualmente: «Noi siamo molto rispettosi delle scelte che il capo dello Stato farà, certo è che non ci possono essere salvacondotti o concessioni di grazie. E su questo il Quirinale è stato molto chiaro». Parole che avranno fatto fischiare le orecchie al capo dello Stato.

Al di là del merito delle questioni, Leva sembra voler tirare per la giacca il presidente. Non solo: sembra voler svelare contenuti di colloquii tra il Capo dello Stato e la delegazione Pd. Cosa che né Renato Brunetta né Renato Schifani, i due capigruppo Pdl, si sono mai sognati di fare quando scesero dopo novanta minuti dal Colle. Forse ci sono falchi solo di nome e falchi invece di fatto? E dello stesso partito composto anche da esponenti del vecchio Pci, da cui il presidente viene?

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