Economia

Crisi, a lezione dall'Islanda: “Stupido salvare le banche in difficoltà”

Disoccupazione in calo, spesa sociale in crescita, no alle misure di austerità, partecipazione popolare: ecco la ricetta islandese spiegata dal ministro dell'economia Sifgusson al Consiglio d'Europa.  

Islanda, una manifestazione del 2008 contro la crisi finanziaria (credits: AP Photo/Brynjar Gunnarsson)

No all'austerity. Nessun salvataggio delle banche. Difesa del sistema sociale. E tanta partecipazione popolare. No, non sono le proposte del movimento di Occupy Wall Street. O meglio, lo sono diventate, ma con un modello davanti agli occhi: l'Islanda.

Mentre l'Europa e l'intero mondo finanziario si interrogano sul che fare per uscire dalla crisi, mentre migliaia di famiglie non riescono ad arrivare neanche alla terza settimana del mese, mentre in Grecia e Spagna si moltiplicano le distribuzioni di cibo in mezzo alla strada, c'è chi taglia le percentuali di disoccupazione e, in totale controtendenza, cresce.

E non solo: cerca di dare una serie di linee guida a chi sta peggio. “Non possiamo più accettare un sistema finanziario in cui i guadagni sono privati e le perdite sono pubbliche. Questo è un sistema stupido e tremendo. E non si capisce per quale motivo al mondo la gente dovrebbe accettare di pagare per le banche in difficoltà mentre queste ritengono assolutamente normale tenere per loro tutti i guadagni quando le cose vanno bene”.

Ad affermarlo pochi giorni fa non è un indignato, ma un leader politico, il ministro dell'economia islandese, Steingrimur Sifgusson , invitato dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa al dibattito che precede il voto su tre rapporti che affrontano le conseguenze negative delle misure di austerità sul mantenimento dei diritti sociali, sui giovani, sugli enti locali ma anche sulla tenuta della stessa democrazia. “Molte delle pratiche utilizzate dal mondo della finanza sono nocive e dovrebbero essere abolite o vietate", ha continuato Sifgusson.

D'altra parte, il ministro islandese parla di situazioni che ha vissuto in prima persona e per questo ha illustrato ai parlamentari dei 47 Stati membri del Consiglio d'Europa le cause e le conseguenze della crisi che ha colpito il suo paese, ma soprattutto le misure che sono state prese per risollevare il paese. Difendere e preservare il sistema sociale e proteggere i gruppi con il reddito più basso, anche alzando le tasse sui ceti più ricchi.

Sembra fantascienza, ma è esattamente quello che ha fatto il governo di Reykjavik, con una fortissima partecipazione e condivisione popolare, una sorta di laboratorio sociale. In Islanda, sono stati i cittadini a respingere, con due referendum, il piano di salvataggio delle banche e il rimborso del debisto estero.

Poi è stata valutata la moneta locale del 40 per cento e le esportazioni di pesca e alluminio sono aumentate a vista d'occhio, come il turismo reso molto più economico. Le importazioni, invece, sono state limitate. La disoccupazione è scesa al 6,7 per cento e la spesa sociale non è diminuita.

Addirittura è stata scritta la nuova costituzione con i cittadini che potevano seguire le riunioni del comitato per il nuovo processo costituzionale in streaming su Facebook. Sempre tramite il web 2.0 ogni cittadini ha trasmetto migliaia di proposte. Certo, stiamo parlando in una nazione di 320mila abitanti.

C'è chi dice che la soluzione islandese non sarebbe applicabile ad altri contesti. Quello che è certo, però, è che in questa isola al nord del mondo, tutto avviene sotto il controllo dei cittadini e non sotto quello di banche e governi tecnici. C'è chi ha scritto che l'Islanda “non è un modello, ma una delle possibilità del diverso . Il tentativo del popolo islandese di costruire l'avvenire con la volontà e l'immaginazione, ci mostra la luce dell'alternativa”.

Anche il Wall Street Journal ha lodato la capacità di ripresa del modello Islanda: l'esportazione del pesce ha fatto crescere sensibilmente i posti di lavoro e ora si spende solo quello che si ha. Un nuovo modello che forse andrebbe studiato anche dalle nostre parti: un'alternativa evidentemente c'è ed è possibile.

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