Economia

Fmi e austerità: tutti gli errori del 2012

Più tasse e meno spesa pubblica non bastano a far ripartire l'economia.  Parola di fondo monetario internazionale. Che ammette alcuni sbagli

Christine Lagarde, Direttore Operativo del Fondo Monetario Internazionale – Credits: AP Photo/Alexander F. Yuan

Olivier Blanchard è uno dei maggiori economisti mondiali. Oggi lavora per il Fondo Monetario Internazionale e la sua ultima ricerca, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers , riguarda i costi delle politiche di riduzione della spesa pubblica adottate un po' in tutta Europa.

Il testo dello studio, che è disponibile per la consultazione on-line , contiene analisi i cui risultati sono sorprendenti, al punto da poter mettere in discussione l'intera strategia adottata dai governi europei per fronteggiare la crisi economica che attanaglia il continente. Nella sua ricerca, Blanchard approfondisce gli effetti restrittivi della crescita avuti dalle politiche adottate negli ultimi anni e consistenti nell'aumento della pressione fiscale accompagnato dal taglio della spesa pubblica. Una ricetta raccomandata proprio dal Fondo Monetario Internazionale all'inizio della crisi. Ora uno dei suoi maggiori esperti sembra ammettere di aver sbagliato.

In una situazione normale, simili politiche avrebbero dovuto comportare conseguenze in termini di mancata crescita prevedibili e calcolabili attraverso l'impiego di moltiplicatori, il cui valore sarebbe dovuto essere inferiore a uno. Ne sarebbe dovuto conseguire, ad esempio, che per ogni euro di aumento impositivo la crescita dell'economia sarebbe dovuta aumentare di un valore inferiore a uno. In altre parole, un aumento delle imposte avrebbe sì dovuto provocare un rallentamento della crescita dell'economia, ma per un valore inferiore a tale aumento: era stato previsto che aumentando la pressione fiscale di un euro, la crescita (che, senza quell'aumento sarebbe stata, per ipotesi, di un euro) sarebbe stata inferiore a un euro, ma comunque positiva. Secondo le previsioni utilizzate dai governi europei, perciò, le politiche adottate avrebbero dovuto rallentare la crescita economica, ma non eliminarla del tutto.

Blanchard arriva a concludere che per una serie di ragioni - fra cui l'impossibilità per la Banca Centrale Europea di attuare politiche monetarie espansive per controbilanciare le politiche fiscali - l'assunto su cui quelle politiche si erano basate fosse errato. In base ai dati sulle economie europee, per ogni euro di aumento di pressione fiscale si è registrato un rallentamento della crescita economica superiore all'unità, e quindi una recessione.

L'errore, secondo lo studio commissionato dal Fondo Monetario Internazionale, potrebbe sembrare marginale: si parla di pochi decimi di punti percentuali. Tuttavia, per alcuni Paesi il mix tra austerità e utilizzo delle risorse risparmiate esclusivamente per il servizio del debito pubblico (e non per misure di stimolo alla crescita) ha significato una vera e propria tragedia. Pensiamo alla Grecia: i frutti delle prime, pesantissime misure di contenimento della spesa raccomandate dal Fondo e vigorosamente sostenute dall'Unione Europea hanno ridotto sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie: oggi un greco su tre è in condizioni di povertà. Questo anche perché l'effetto delle politiche fiscali è stato sottostimato. Inutile ormai piangere sul latte versato, ma le conclusioni di Blanchard dovrebbero servire da lezione per il futuro.

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