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Euro

Pil in ribasso e disoccupazione sopra l'11%. Perchè l'austerity in Europa non ha funzionato

La Bce rivede le stime sull'economia nel Vecchio Continente mentre il rigore di bilancio peggiora i conti pubblici, invece di migliorarli

Manifestazione in Spagna contro l'austerity (Credits:Epa Photo/Ansa)

Recessione che non passa e disoccupati in crescita. E' lo scenario a tinte fosche delineato anche oggi dalla Banca Centrale Europea (Bce).  Nel presentare le stime congiunturali sull'economia del Vecchio Continente, l'istituzione guidata da Mario Draghi ha rivisto al ribasso le previsioni sul pil (prodotto interno lordo) di Eurolandia, che dovrebbe diminuire dello 0,5% nel 2012 (contro una riduzione dello 0,3%, calcolata in precedenza) e salire di un modesto 0,3% nel 2013. Peggiorano anche i dati sul numero dei senza lavoro, che rimarranno stabilmente sopra l'11% fino al 2014, cioè a un livello più alto rispetto al 10,8%, stimato qualche mese fa.

TUTTO SULLA CRISI DELL'EURO

Per uscire dalla crisi, la Bce ha indicato ancora una volta le solite ricette consigliate da tempo ai governi di tutta Europa: bisogna continuare nelle riforme strutturali dell'economia e liberalizzare ulteriormente il mercato del lavoro, favorendo anche la mobilità dei dipendenti tra un paese e l'altro del Vecchio Continente.

LA SPAGNA E LA RECESSIONE

Nessun cenno, da parte della Banca Centrale Europea, è arrivato sugli effetti dell'austerity, che molti considerano invece la vera responsabile dell'attuale dissesto economico e sociale dell'area Euro. Ieri, da Atene sino a Lisbona, passando per Roma, Parigi, Bruxelles e Madrid, milioni di cittadini sono scesi in piazza quasi in simultanea, per protestare contro il rigore di bilancio a tutti i costi, che ha messo in ginocchio le aziende, i risparmiatori e i consumatori di tutto il Vecchio Continente.

KRUGMAN CONTRO L'AUSTERITY

Sul fronte anti-austerity, però, oggi non sono schierati soltanto i manifestanti di piazza, i sindacati o i movimenti spontanei più o meno improvvisati come quello degli Indignados spagnoli. Ci sono anche economisti di fama come il premio nobel statunitense di estrazione keneysiana Paul Krugman. Da tempo, Krugman bersaglia di critiche il “disegno moralizzatore” affermatosi in Europa, che considera i sacrifici sociali come l'unico rimedio possibile per uscire dalla crisi.

Persino gli economisti con una forte ispirazione liberista come Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, pur approvando la filosofia di fondo dell'austerity, non mancano di sottolineare un grosso difetto nelle politiche del  rigore, che in alcuni paesi come l'Italia si basano troppo sull'aumento delle tasse (e non sui tagli alla spesa pubblica).

GLI EFFETTI DEL RIGORE.

Del resto, oggi il fronte anti-auterity ha molti argomenti a proprio favore. Da quando sono iniziate le politiche del rigore a tutti i costi, i conti pubblici dei paesi europei più in difficoltà sono peggiorati, invece di migliorare. Tra il 2009 e il 2012, per esempio, il rapporto tra il debito e il pil della Grecia è passato dal 129 al 175%, nonostante il taglio secco (haircut) sul valore dei titoli di stato di Atene. Le cose non sono andate molto meglio in Portogallo, dove l'indebitamento è passato in 3 anni dall'83% a quasi il 108% e in Irlanda che ha visto crescere il rapporto debito/pil dal 65 al 108%. Per non parlare poi della Spagna che fino al 2007 aveva un bilancio pubblico da incorniciare: anche lì, l'austerity ha fatto sprofondare l'economia in recessione, causando un raddoppio dell'indebitamento dello stato dal 36 a oltre il 70% del pil.

Neppure il rigore del premier italiano Monti, che promette ancora il pareggio di bilancio nel 2013, è riuscito a intaccare la montagna del nostro debito, ormai vicino alla soglia “psicologica” dei 2mila miliardi di euro, il record storico che corrisponde a oltre il 125% del Pil. Lo stesso ragionamento potrebbe essere ripetuto via via anche per altre nazioni europee meno inguaiate di noi come la Francia o il Belgio che, negli ultimi 24 mesi, hanno visto peggiorare considerevolmente i loro conti pubblici.

Ma il vero male che affligge l'Europa è la disoccupazione oggi all'11% (che corrisponde a oltre 18 milioni di senza lavoro in tutta l'Unione Monetaria) con punte che raggiungono il 25% in Spagna dove la metà dei giovani in cerca di un'occupazione non riesce a trovarla.  Con questi numeri di fondo, non c'è dunque da stupirsi nel vedere, in un solo giorno, una lunga sfila di cortei in tutte le capitali del Vecchio Continente.

MARIO DRAGHI E LA CRISI DELL'EURO

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