E spazza via il sistema

Non dirò che è finita l’estate, se non altro perché non è vero. Però stamattina, mentre aspettavo il treno per il lavoro, per la prima volta da molti mesi c’era un forte vento da nord a carezzarmi e a far …Leggi tutto

Non dirò che è finita l’estate, se non altro perché non è vero. Però stamattina, mentre aspettavo il treno per il lavoro, per la prima volta da molti mesi c’era un forte vento da nord a carezzarmi e a far mettere alle ragazze e alle donne, ancora poco vestite, scialli e foulard intorno alla gola.

Quel vento freddo da nord è uno dei fattori unificanti dell’Adriatico, che, dell’Italia, oltre a essere la parte spopolata e vacanziera (quasi che il lato tirrenico sia quello ufficiale, mentre noi incarniamo la maglia da trasferta della nazione), è anche il lato su cui si accanisce il maltempo. Solo che, come a ogni cosa (“Mi manca chiunque”, per citare a sproposito David Foster Wallace), ci si adatta e ci si affeziona anche al tempaccio: e allora mi è venuto normale pensare che quel vento da nord è lo stesso che ribalta i triestini, lo stesso che spazza le terrazze sul mare a Polignano (e, in un certo senso, ne imbianca le case), lo stesso che – privo di opposizione dalle basse colline armoniose – si abbatte di frequente sulla mia cittadina che sorge sui primi Appennini marchigiani.

Pare, dicono, ma è solo un’ipotesi bizzarra, che nella mia cittadina ci siano parecchi matti perché quel vento trasporta anche la ghiaia da una vicina cava e ne imbottisce i cervelli degli abitanti, che dunque ragionano male o non ragionano più; sarà per quello, forse, che stamattina quando ho sentito il vento alla stazione di Forlì ho pensato al mio paese e ho sorriso. E neanche guardavo, se non distrattamente, le donne ancora poco vestite ma già coperte di scialli e foulard.

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