La lezione di Atletico (e Chelsea): vincere con fatturati normali

La squadra di Simeone fattura la metà di Juve e Milan. Mourinho ricco, ma Abramovich lo ha costretto anche a vendere per autofinanziarsi...

La festa dei giocatori dell'Atletico Madrid dopo la vittoria sul Barcellona – Credits: Ansa

Giovanni Capuano

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Comunque vada la final four di Champions League, l'Atletico Madrid di Simeone ha già stabilito un grande record: mai dal 2009 a oggi un club era riuscito ad arrivare così in alto partendo da una posizione così bassa nella classifica dei fatturati del calcio europeo. I colchoneros sono tra le prime quattro malgrado - secondo il tradizionale report della Deloitte che fotografa lo stato economico delle società di calcio - il fatturato le valga a malapena la 20° posizione. Alle spalle del Barcellona che ha battuto ed eliminato nei quarti di finale (482,6 milioni di euro contro 120), ma anche tre club italiani, quelli che "in Champions non siamo competitivi per colpa dei fatturati".

Non è così. La lezione dell'Atletico Madrid deve insegnare che esiste un'altra strada per fare calcio. Il Cholo di quest'anno è simile al Borussia Dortmund di un anno fa (finalista con l'11° fatturato europeo), lo Schalke 04 del 2010-2011 (16° nella classifica Deloitte dell'epoca) e il Lione dell'anno del Triplete interista (semifinale partendo dalla 13° posizione). Volendo anche l'Inter di Mourinho non aveva i titoli per conquistare la Champions League, occupando con i suoi 196,5 milioni di euro solo il 9° posto nella graduatoria dei bilanci.

Allargando il discorso, è curioso notare come nelle ultime 5 stagioni i campionati di Spagna e Germania abbiano monopolizzato la competizione più importante, qualificando ben 15 delle 20 semifinaliste, ma conquistando poi solo due volte la coppa. La Premier League, che è di gran lunga il movimento più ricco del mondo ed è in continua crescita, ha occupato solo 3 caselline con Chelsea (2) e Manchester United (1). Poi la Serie A con l'Inter 2010 e la Ligue1 con il Lione nello stesso anno. Tradotto in parole semplici, significa che l'elite è strettamente legata al potere economico capace di sviluppare, ma il confine tra vittoria e insuccesso è legato ad altri fattori perché fortunatamente il calcio continua ad essere uno sport dove ad andare avanti sono i migliori.

Non è un caso, dunque, che Psg e Manchester City, che nelle ultime stagioni hanno investito centinaia di milioni di euro sfidando le regole del fair play finanziario, non compaiano nell'elenco delle semifinaliste dal 2010 a oggi. I dirigenti italiani prendano nota ed imparino. La Juventus - che oggi è il punto di riferimento, organizzativo oltre che tecnico, del nostro calcio - aveva tutte le carte in regola per competere. Altro che gap economico incolmabile. I 272,4 milioni di fatturato certificati da Deloitte (9° posizione) sono più del doppio di quelli dell'Atletico Madrid e pienamente paragonabili ai 303,4 (7°) del Chelsea.

Per andare avanti in Europa servono investimenti, programmazione e progetti seri. Il mercato è solo una componente di questo mix, non necessariamente la più importante. Un esempio? Il saldo della Juventus nelle tre sessioni dell'era Conte è stato negativo per 121 milioni di euro (fonte Transfermarkt), mentre quello dell'Atletico Madrid di Simeone ha fatto segnare un clamoroso +43,3 milioni. Il Cholo ha speso abbastanza (182,7), ma anche accettato di vendere i pezzi pregiati, da Aguero a Falcao, passando per de Gea, per un incasso totale di 226 milioni.

In minima parte la stessa politica del Chelsea 2.0 di Abramovich, che continua a essere un padrone munifico, ma che ha cominciato anche a cedere per finanziare le sue spese. Il sacrificio estivo di Mata, passato al Manchester United, è l'esempio di cosa significhi andare oltre l'addio di un top player. A Conte nei prossimi mesi potrà essere chiesto lo stesso sforzo. Sarà capace di accettare la sfida e portare la Juventus là dove oggi Mourinho e Simeone hanno spinto Chelsea e Atletico Madrid?

 
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