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Perché l'Italia fa il gran rifiuto

Gli incendi nei centri di raccolta sono il segnale di una nuova crisi in arrivo: mancano i termovalorizzatori e siamo in emergenza

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Guido Fontanelli

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Vogliamo essere più simili all’efficiente Germania o alle un po’ sgarruppate Bulgaria o Serbia? La risposta appare scontata. Ma quando si parla di immondizia, molti italiani si rifiutano di affrontare il problema in modo razionale, come si fa nell’Europa più evoluta, e condannano il loro territorio al sottosviluppo e a un continuo stato di emergenza ambientale. Il risultato è che il Paese, sommerso dalla monnezza, sta per precipitare in una nuova, devastante crisi.

Ogni anno l’Italia produce circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Di questi, solo il 19 per cento viene bruciato e trasformato in energia, mentre il 26 per cento finisce ancora in discarica e il 55 per cento viene recuperato. In Germania, come in Svizzera, Svezia, Belgio, Danimarca, Paesi bassi, Austria, la quota di rifiuti urbani bruciati supera abbondantemente il 30 per cento con punte del 50 per cento, il resto viene riciclato mentre le discariche sono praticamente scomparse, come del resto impongono le regole europee. Nelle economie meno avanzate, invece, come quella serba o rumena, il 70 per cento dei rifiuti va in discarica e il tasso di riciclo è molto basso. L’Italia sta andando in questa direzione. L’ultimo, emblematico esempio, arriva dalla Sicilia. A San Filippo del Mela, in provincia di Messina, la società lombarda A2a possiede una centrale elettrica a olio combustibile che dà lavoro a circa 170 dipendenti diretti e 200 nell’indotto. Al suo posto la A2a vorrebbe creare un polo di energie rinnovabili che ruota intorno a un termovalorizzatore, cioè un impianto che brucia l’immondizia e ne ricava calore ed elettricità. In questo modo potrebbero essere trattate ogni anno 450-500 mila tonnellate di rifiuti urbani e salvati i posti di lavoro. Il progetto di A2a, ha ottenuto una serie di semafori verdi, dalla Valutazione di impatto ambientale all’Autorizzazione integrata ambientale, ma si è schiantato contro il muro del Piano paesaggistico della Regione Sicilia, contrario a un’opera che sorgerebbe vicino a una raffineria della Q8. Così il 4 ottobre scorso il consiglio dei ministri ha definitivamente cassato il progetto con grande giubilo dei politici locali. Ma pochi giorni dopo, il 28 ottobre, il Giornale di Sicilia annunciava che sarebbe stata prorogata l’attività della discarica di Bellolampo, vicino a Palermo, ormai satura e per la quale di studia un ampliamento nonostante i dubbi dell’Arpa.

Dunque il livello di emergenza nell’isola si alza: in un’approfondita inchiesta sulla raccolta dell’immondizia in Italia, Il Sole 24 Ore ha sottolineato che «la Sicilia si avvia verso la peggiore e più drammatica crisi rifiuti della sua storia». Il «no» ai termovalorizzatori è un atteggiamento diffusissimo nel Paese: Roma è l’unica capitale europea senza un impianto di questo tipo, quello di Napoli fu costruito sotto la protezione dei Marò, in Toscana è stato bloccato il progetto di un inceneritore per l’area fiorentina. Oggi in Italia sono in funzione 41 termovalorizzatori di cui ben 13 in Lombardia (a Milano il Duomo viene riscaldato grazie all’impianto di Silla-Figino). Nel Mezzogiorno ce ne sono appena 7. La Sicilia ne è priva, pur producendo 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Per adeguarci agli standard europei più avanzati e per ridurre al 10 per cento l’utilizzo delle discariche entro il 2025, come previsto dalle direttive europee, sarebbe necessario triplicare il numero degli inceneritori. Ma gli italiani ne hanno paura, anche se si tratta di impianti sottoposti a continui controlli, posseduti da società affermate e che, come dimostra il resto d’Europa, non sono considerati dannosi per la salute: secondo uno studio della confederazione europea del settore, la Cewep, i fuochi d’artificio del Capodanno a Napoli sviluppano tanta diossina quanto 120 termovalorizzatori in un anno. Non a caso il Regno unito ne sta costruendo una decina, la Cina centinaia. Senza nuovi inceneritori e con il divieto al conferimento dei rifiuti in discarica, le regioni si arrabattano con vari escamotage: il principale è trattare i rifiuti urbani separando l’umido dal secco e trasformandoli così in rifiuti speciali che possono finire in apposite discariche. Una soluzione d’emergenza che è diventata strutturale in Lazio, Liguria, Sicilia, Campania e altre regioni.

Ma non basta. E così si cerca di smaltire i rifiuti altrove. Però i termovalorizzatori del nord ormai sono saturi o quasi. Quelli all’estero pure. Portare l’immondizia nelle discariche di altri Paesi è poco praticabile e contro i regolamenti europei. Ci sarebbe la soluzione delle cementiere. Ma in Italia i produttori di cemento potrebbero bruciare al massino un milione di tonnellate di rifiuti urbani: troppo poco. La Campania, che ogni giorno paga una multa all’Ue di 120 mila euro per inadempienze sui rifiuti, spedisce ogni mese una nave piena di immondizia in Portogallo per conferirla a un cementificio, pagando un prezzo quasi doppio rispetto a quello richiesto da un termovalorizzatore. E la crisi si avvicina. La preannunciano alcuni segnali inequivocabili: il prezzo di conferimento dei rifiuti in discarica ha superato in Lombardia i 110 euro per tonnellata, sopravanzando per la prima volta quello dei termovalorizzatori, che di solito è più caro. Ciò significa che lo spazio in discarica sta finendo. Un altro segnale è il numero di incendi dei siti di stoccaggio: 200 negli ultimi due anni, accidentali o dolosi, perché i depositi sono strapieni e ingestibili. Infine, le gare per il conferimento dell’immondizia vanno deserte, perché non c’è più chi se la piglia. E stiamo parlando solo dei rifiuti solidi urbani. Poi c’è il problema degli scarti industriali e di quelli che la Cina non vuole più. Ma è un’altra storia…

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