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Ecco come la Nuova Zelanda pensa di sterminare i suoi topi

Modificarne il Dna per proteggere gli uccelli autoctoni, però, può avere conseguenze catastrofiche

Chi può essere contrario a fare piazza pulita dei topi? Non in modo violento, sia chiaro, ma con una semplice modificazione genetica che si possa diffondere nella popolazione per ridurne sostanzialmente il numero. E' una delle opzioni che stanno valutando scienziati e politici in Nuova Zelanda, questo paradiso di natura selvaggia che da decenni combatte con il problema delle pests, le specie distruttive, come i ratti, appunto, le donnole, gli opossum e gli ermellini, che hanno già causato l'estinzione di circa un quarto delle specie di uccelli autoctoni.

Obiettivo tabula rasa

Il programma ha un nome che non lascia spazio a dubbi: Predator Free 2050. Lo scopo è eradicare le specie nocive per proteggere e valorizzare il patrimonio naturale del paese, che è appunto a rischio. Nessun altro paese al mondo aveva progettato uno sterminio di questa portata. Certo, alcune isole dell'Australia, come per esempio Macquarie Island, erano riuscite a eliminare totalmente i topi, ma si trattava di territori molti circoscritti. Niente a che vedere con i 270mila chilometri quadrati della Nuova Zelanda, un paese con un'estensione appena inferiore a quella dell'Italia.

Il problema è serio. Se non si interviene, bisognerà rassegnarsi a dire addio a molti altri uccelli, dal momento che si stima che tutte le varie specie di predatori messi insieme facciano fuori più di 26 milioni tra uova e pulcini ogni anno. Già ma come eliminare topi e opossum su scala nazionale senza nuocere ad altre specie animali? Una risposta affascinante ma dai risvolti inquietanti arriva dall'ingegneria genetica e in particolare dalla CRISPR, la nuova tecnica che consente di modificare in modo semplice e preciso singoli geni di un organismo. L'idea potrebbe essere quella di inserire nel codice genetico di alcuni esemplari dei geni che ostacolino la riproduzione. In questo modo l'intera specie andrebbe incontro a una drastica riduzione degli esemplari.

Conseguenze globali

Se in circostanze normali, i geni modificati hanno solo il 50% delle possibilità di passare alle generazioni future, l'impiego di drive genetici, o "gene drives" funziona da acceleratore della trasmissione arrivando potenzialmente ad assicurare un passaggio del gene mutato quasi nel 100% dei casi. In questo modo una modificazione genetica che aveva lo scopo di ridurre drasticamente una popolazione, finirebbe col cancellarla del tutto. Soluzione accettabile per i neozelandesi desiderosi di proteggere la propria fauna autoctona da quella aliena, portata sull'isola dall'uomo, che da allora non ha fatto altro che danni? Forse, anche se non è detto che tutti siano d'accordo. Il problema è che con l'impiego di questa tecnologia che accelera la diffusione delle modificazioni genetiche, ad essere a rischio estinzione non sarebbero solo i topi e gli opossum della Nuova Zelanda, ma tutti quelli del mondo.

Così come le zanzare tigre sono arrivate fino a noi dall'Asia a bordo di vecchi copertoni trasportati via mare, chi può escludere che uno dei topi modificati con gene dell'infertilità non riesca a lasciare la Nuova Zelanda e approdare altrove, dove trasmetterebbe la sua nefasta caratteristica alla progenie? Intendiamoci, questa stessa tecnica applicata, per esempio, alla zanzare anofele, che trasmette la malaria, difficilmente troverebbe dei critici: ma possiamo permetterci di causare l'estinzione di intere specie per salvarne altre? Chi decide quali specie sono più meritevoli di sopravvivere e in base a quali caratteristiche? Le più carine? Le più colorate? Quelle che volano e cantano valgono di più di quelle che rosicchiano e zampettano?

Possibili contromisure

Per scongiurare la diffusione accidentale di una mutazione genetica destinata a portare intere specie all'estinzione, senza rinunciare all'efficacia maggiore nella trasmissione della mutazione all'interno di una popolazione circoscritta, garantita dai drive genetici, Kevin Esvelt, biologo del MIT, ha suggerito in un articolo pubblicato su PLOSBiology dei correttivi. Fu proprio Esvelt il primo a suggerire i gene drives come tecnica per liberarsi dalle specie nocive, ma oggi aggiusta il rito e sostiene che il suo è stato un "errore imbarazzate". Si capisce che per lui i rischi sono nettamente superiori ai benefici, a meno che non si trovi un modo, come lui stesso propone, di correggere l'incredibile potenza dei drive genetici.

Nei drive genetici di base, un gene scelto ha tutti i componenti necessari per diffondersi. Sarebbe possibile dividere quei componenti tra diversi geni che sono collegati in una sorta di catena in modo che il gene C sia guidato dal gene B, B sia guidato da A, e A non sia guidato da nulla. Se i ratti con questi geni fossero rilasciati in natura, i portatori di A inizialmente diffonderebbero i geni B e C, ma alla fine scomparirebbero. E così farebbero i topi portatori del gene B e infine quelli del gene C. La mutazione sarebbe quindi più controllata e i rischi della sua diffusione oltre i confini nazionali sarebbe molto minore.

Metodi alternativi

Per quanto la questione appassioni e preoccupi molto scienziati e conservazionisti neozelandesi, e non solo, queste tecniche non sono pronte da utilizzare domani, né rappresentano l'unica opzione a disposizione del programma Predator Free, anzi sono solo una delle possibilità prese in esame. Rimangono validi anche i vecchi metodi. Oltre alle trappole monouso, ve ne sono di quelle che tramite un pistone alimentato a gas si ripristinano autonomamente e possono quindi uccidere decine di volte prima di dover essere resettati. Sono anche allo studio sistemi di sensori che avvisano quando le trappole sono piene, per evitare di doverle controllare tutte.

Poi c'è un sistema che ha già dimostrato di poter funzionare bene su territori circoscritti: la diffusione aerea del veleno biodegradabile 1080. Anche questo sistema non è però privo di controindicazioni, perché il veleno si è già dimostrato nocivo per i pappagalli Kea. Oltre a mettere a punto sistemi sofisticati in grado di rintracciare la presenza dei roditori, per poter concentrare la distribuzione del veleno solo dove serve, limitando così le vittime indesiderate, un team di ricercatori sta cercando di sviluppare delle tossine più specifiche, analizzando per esempio il genoma degli opossum, alla ricerca di sostanze in grado di nuocere solo a loro. La caccia è aperta.

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