Il processo sulla trattativa Stato-mafia resta a Palermo
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Il processo sulla trattativa Stato-mafia resta a Palermo
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Il processo sulla trattativa Stato-mafia resta a Palermo

La Cassazione ha rigettato la richiesta di spostare il giudizio in un'altra sede per rischi di sicurezza e incolumità pubblica

Resta a Palermo il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Lo ha deciso oggi la Cassazione respingendo l'istanza di rimessione dei legali degli ex ufficiali dell'Arma, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni. 

La richiesta di spostare il processo, che si sta celebrando davanti alla corte d’Assise del capoluogo siciliano era stata motivata dai tre imputati dell’inchiesta per il rischio per la sicurezza e l’incolumità pubblica, compresa quella dei giudicanti, oltre alla loro serenità e terzietà. 

Tutto ha inizio da una serie di elementi sconcertanti che coinvolgono i magistrati di Palermo impegnati nella delicata inchiesta: dagli anonimi giunti alle procure di Palermo e Caltanissetta, a strane circostanze come l'incursione in casa del dottor Roberto Tartaglia, tra i magistrati che indagano sulla trattativa, oltre alle notorie minacce di Totò Riina nei confronti soprattutto di Antonio Di Matteo, pm di punta dell’inchiesta Stato-mafia, disposte proprio dalla procura siciliana. 

Queste minacce, conosciute prima dai media che dalle parti processuali e poi divulgate per 3 mesi consecutivi, hanno consentito che le esternazioni del boss potessero raggiungere l’esterno, anziché esser mantenute nel riserbo più assoluto per consentire all’autorità giudiziaria di proseguire la sua attività investigativa,  oltre di fatto vanificare concretamente la detenzione del regime del carcere duro a cui è sottoposto il boss corleonese. Ma nessun fascicolo è stato aperto in merito alla miriade di schegge di informazione che preannunciano e anticipano le minacce di Riina e il processo. 

Il «megafono mediatico», che come sottolineano i difensori dei tre ex ufficiali dell’Arma, «è caratterizzato da una serie infinita di articoli di stampa e dalle preoccupanti e preoccupate interviste di diversi e autorevoli magistrati»  su tv nazionali che interpretano le minacce di Riina «come un invito, un auspicio  della volontaria omicidiaria» espressa dal capo dei capi. 

Ebbene Mori, Subranni e De Donno nella loro memoria presentata al palazzo dei Marescialli chiedevano: «Si può davvero pensare, ipotizzare serenamente che, dinnanzi a tale situazione la serenità dei giudizi di una corte d’Assise non venga turbata (e non lo sia già stata)?  È innegabile e non smentibile che tali paure tali timori per un’azione così eclatante ed espressamente annunciata non siano esenti e non possano esserlo (ragionevolmente, anzi umanamente) nemmeno i giudici della corte d’Assise, i quali da tali informazioni e da tali vicende di dominio pubblico, sanno in coscienza che ogni volta che si recano in udienza sono esposti a cotanto rischio e ciò, indubbiamente influisce sulla loro serenità»

Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi dopo la presentazione dell’istanza di rimessione dei tre imputati aveva sminuito le minacce di Riina, sostenendo che il boss «poteva aver parlato di attentati imminenti captati dagli inquirenti per creare un clima di allarme tale da spostare il processo. Nella memoria depositata in Cassazione i legali di Mori, Subranni e De Donno replicano così al pm: «Delle due l’una: o le minacce sono reali (come ci hanno fatto credere fino ad oggi e come dimostrano le parole di Riina) ed allora è reale, concreto ed effettivo il pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica, oppure come ventilato dal procuratore Teresi, esse non sarebbero tali».

La Cassazione, evidentemente, ritiene che non siano così pericolose.

Infatti nel rigettare il ricorso dei tre imputati di trasferire il processo in un’altra sede, ha ritenuto che la procura di Palermo possa garantire la sicurezza e l’incolumità pubblica, con carri armati “Lince” e sofisticati “bomb jammer” per i pubblici ministeri minacciati da Riina, ratificati perfino dal ministero dell’Interno, Angelino Alfano, da  Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera dei deputati e da Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia. Gli ermellini hanno reputato inoltre che queste vicende, non condizionino minimamente la serenità e terzietà dell’ufficio giudiziario. La filosofa e scrittrice Hannah Arendt sosteneva che “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un universo saturo di immagini (spesso ritoccate) come nel nostro”. 

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