francesco schiavone
(Ansa)
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«Sandokan può raccontare i legami tra mafia ed il mondo politico-imprenditoriale»

Sergio Nazzaro, esperto di criminalità organizzata, ci spiega cosa può dare alla giustizia italiana il pentimento di Francesco Schiavone

Sandokan Parla: Il silenzio è rotto. Le mura dell'omertà si sgretolano mentre Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, capo del clan dei Casalesi, rivela i suoi segreti ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. In un clima di massimo riserbo, ogni parola pronunciata da Schiavone nell’interrogatorio in corso da due settimane è pesata con attenzione dalla Dda di Napoli. Gli inquirenti sondano le dinamiche, i legami e i delitti legati al clan dei Casalesi, e gli intrecci tra camorra e politica,che potrebbero svelare nuovi scenari al vaglio della magistratura e dei carabinieri del nucleo investigativo di Caserta.

L'avvio di questa collaborazione segna il culmine di un processo graduale che ha avuto inizio già l'anno precedente. Nel gennaio del 2023, durante il processo per il triplice omicidio del 1983, Schiavone aveva sorpreso tutti chiedendo il rito abbreviato, dando così il primo segno di cedimento dopo anni di dominio criminale. Un pentimento tardivo quello di Francesco Schiavone,che arriva all’età di 70 anni, e dopo 26 anni trascorsi da ergastolano, nel regime del 41 bis, dopo essere stato arrestato in un bunker nel 1998.Il suo trasferimento al carcere di L'Aquila, dove era detenuto il boss siciliano Matteo Messina Denaro, è stato seguito da una richiesta di incontrare i magistrati e rivelare le sue "verità nascoste". La Direzione Nazionale Antimafia e la Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Napoli hanno avviato colloqui con l'ex boss, confermando così l'inizio della sua collaborazione con la giustizia.
L'ascesa criminale di Schiavone inizia come autista del narco-trafficante Umberto Ammaturo, per poi diventare affiliato della "Nuova Famiglia" di Antonio Bardellino e Mario Iovine. Dopo l'omicidio di Bardellino nel 1988 e di Iovine, Schiavone si impone come leader del clan dei Casalesi, iniziando un processo di infiltrazione dell'economia legale senza precedenti.Schiavone non è il primo membro di spicco del clan a collaborare con la giustizia. Suo cugino Carmine Schiavone ruppe il muro dell'omertà nel 1993, seguito da altri come Domenico Bidognetti e Antonio Iovine. Nel 2018, anche i figli di Schiavone, Nicola e Walter, decisero di rompere il silenzio.

A parlarcene è Sergio Nazzaro scrittore, reporter e documentarista. Analista, esperto di criminalità organizzata

Cosa ne pensa del pentimento di Sandokan?

«È fondamentale dire che molti nutrono dei dubbi sul pentimento di Sandokan come se l’antimafia si fosse trasformata in un chiacchiericcio da bar, piuttosto che in un lavoro fatto di analisi, pratica e studio. Sul pentimento di "Sandokan" sono state condotte delle verifiche. Non è possibile uscire dal regime del 41 bis senza fornire informazioni sostanziose.Il pentimento di un boss è importantissimo perché lo Stato vince sempre se si comporta da tale. Anche l’efficacia dello strumento del regime del 41 bis non può essere sottovalutata in questo contesto. Questo rigido regime carcerario è un pilastro fondamentale nel contrasto alla criminalità organizzata».

Cosa può svelare Sandokan?

«I magistrati nei processi contro Sandokan, hanno fatto un grande lavoro ma è importante comprendere che la mafia dei casalesi si presentava come un’organizzazione imprenditoriale, composta anche da colletti bianchi e con profondi legami politici. Inoltre, è di fondamentale importanza capire dove è custodito il famoso tesoro accumulato dai Casalesi nel corso degli anni. Questo patrimonio, ottenuto attraverso attività illecite e dannose per la comunità, deve essere recuperato e restituito al bene pubblico. Si tratta di risorse che appartengono alla collettività e che devono essere impiegate per favorire lo sviluppo sociale ed economico delle aree colpite dalla presenza della criminalità organizzata. Il recupero di tali beni non solo rappresenterebbe un segnale di giustizia per le vittime delle attività illegali dei Casalesi, ma contribuirebbe anche a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nel sistema giudiziario».

Qual è stata la reazione dei cittadini ai casalesi dopo la fine dei Casalesi?

«C’è stata un fortissima ripresa del territorio che ha reagito perché si è evoluto. Ma i cittadini devono finirla con le raccomandazioni e le amministrazioni devono dare risposte urgenti ai giovani ed occuparsi dei problemi del mondo del lavoro. La presenza delle forze dell’ordine oggi è fortissima nel territorio è la gente che la richiede, ma la società deve fare un scatto avanti e la mentalità camorristica deve essere abbandonata».

Cosa accadeva quando c’era Sandokan libero?

«Quando il clan dei casalesi operava, Sandokan era visto come potere assoluto e grazie alla ribellione di singoli individui come Don peppe Diana o di alcuni poliziotti, carabinieri e imprenditori si è iniziata a combattere la camorra violenta e omicida che ha inventato la terra dei fuochi. La camorra con il cancro provocato dai rifiuti sepolti nella terra ha ucciso i propri concittadini altro che codice d’onore. Sono il male assoluto e lo hanno dimostrato con la Terra dei fuochi dove si era arrivati ad un punto di non ritorno, uccidendo le persone di tumore in maniera silenziosa. Il territorio di Caserta è il più preparato in assoluto per rispondere ai disastri ambientali e il riutilizzo dei beni confiscati come la comunità “ Al di là dei sogni” a Maiano di Sessa Aurunca la più grande d’Italia e la Casa di Don Peppe Casal Di Principe Diana. Questa provincia ha dato una grande risposta perché il bene confiscato è il proseguo del lavoro della polizia e delle forze dello Stato, e può essere fonte di lavoro e di giustizia sociale non devono essere abbandonate o gestite improvvisando».

A cosa può portare il pentimento di Schiavone?

«Il pentimento di Schiavone spero faccio luce profonda sulle complicità all’interno dello Stato. Oggi Schiavone si pente e tutti in giornali lo scrivono e anche qui c’è stato un profondo cambiamento, perché prima quello che avveniva nelle piccole province non faceva notizia ma la mafia non sceglie come di base il Duomo di Milano, ma vive nella piccole realtà cercando di depredare le comunità. Ed il prezzo più alto lo hanno pagato tanti cronisti locali che ricevevano telefonate da Iovine e Zagaria non i grandi giornalisti che parlano da lontano».

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Linda Di Benedetto