Le verità confuse sul coronavirus
(Davide Fracassi, Pacific Press, LightRocket, Getty Images)
Le verità confuse sul coronavirus
Salute

Le verità confuse sul coronavirus

Vaccini, test rapidi, mascherine, fase 2, il virus; su tutto questo gli esperti si sono divisi, raccontandoci tutto ed il contrario di tutto. Generando caos nella gente e in chi deve decidere

Se c'è una cosa che queste difficili settimane di epidemia ci hanno insegnato è lo scetticismo nei confronti delle dichiarazioni di esperti e politici. E' una reazione naturale e del tutto fondata, dovuta al susseguirsi delle contraddittorie affermazioni sul virus Covid-19, i suoi meccanismi di azione e le possibili cure. Tutto e poi il contrario di tutto. Esempi:

Il Coronavirus? Un'influenza

L'affermazione che passerà alla storia, è quella di esperti come Maria Rita Gismondo che il 13 Marzo affermava che il Covid-19 era assimilabile a un'influenza stagionale. E va aggiunta una nota: che non esperti in materia, per esempio il critico d'arte Vittorio Sgarbi e il filosofo Giorgio Agamben sminuivano la gravità dell'epidemia, con tutte le conseguenze. Addirittura quest'ultimo, in un articolo su La Stampa parlava dell'epidemia come di una costruzione sociale o un'invenzione della politica per limitare le libertà personali.

Distanza di sicurezza

Il 28 Febbraio l'infettivologo Massimo Galli affermava testualmente che «per questi virus la distanza di sicurezza è 1 metro e 82 cm affinché le particelle emesse da colpi di tosse e starnuti non possano raggiungere l'altro». La previsione al centimetro avrà stupito soprattutto i fisici, notoriamente educati al buon senso delle approssimazioni, ma per fortuna a fare una stima grossolana ci ha poi pensato il consiglio dei Ministri: con un decreto del primo Marzo stabiliva come un metro la distanza di sicurezza.

Coronavirus e pm10

Non sappiamo esattamente il perché della stima per difetto, ma quel che è certo è che le ricerche successive sulle correlazioni tra corona-virus e polveri sottili imponevano maggiore cautela. E allora un'altra serie di dichiarazioni contraddittorie. Un "position paper" del 16 Marzo di quattro università italiane segnalava il possibile ruolo del particolato nel favorire la diffusione del virus. Pochi giorni dopo il movimento "Biologi per la scienza" rispondeva che non c'erano prove empiriche e Pierluigi Lopalco, coordinatore della task force scientifica della Regione Puglia per l'emergenza coronavirus affermava: «L'inquinamento fa male, ma con Covid-19 ho paura che c'entri poco. Il virus corre con le nostre gambe, non con i PM10». Articoli su Nature e Science nei giorni successivi smentivano Lopalco; ma poi arrivava uno studio dell'università di Harvard che mostrava forti correlazioni tra polveri sottili e coronavirus. Infine arrivavano studi sulla causa-effetto, per esempio quello del New England of Medicine o quelli dei ricercatori cinesi effettuati negli ospedali di Wuhan. Sulla spinta di queste ulteriori ricerche si comprendeva che almeno negli spazi chiusi e in presenza di polveri sottili la trasmissione è favorita e così la distanza di un metro, indicata dalla legge, risultava da rivedere. Arrivava quindi il contrordine parte dell'Organizzazione mondiale della sanità appena dopo la notizia che il Mit aveva osservato con telecamere e sensori che un colpo di tosse diffondeva particelle infette oltre sei mesi di stanza. Non a caso negli Usa si raccomandava l'uso di mascherine in pubblico.

Mascherine

E proprio su questo un'altra lista di affermazioni contraddittorie e quindi di caos. Evitando, per carità di patria, di citare le dichiarazioni iniziali degli esperti contro l'uso delle mascherine, ancora il 2 Aprile sul sito del Ministero della Salute, rifacendosi a un comunicato dell'Oms, affermava che «la mascherina non è necessaria per la popolazione generale in assenza di sintomi di malattie respiratorie». Giovanni Rezza, aggiungeva in un'intervista al Corriere: «Non c'è ragione di usare le mascherine, per prendere l'infezione è necessario un contatto molto stretto con un paziente in luoghi chiusi». Pochi giorni dopo divenivano obbligatorie in molte regioni italiane e, in Lombardia, perfino nei luoghi all'aperto.

Vaccino

Sul vaccino, una volta chiarito che era la nostra ultima ancora di salvezza, giorno dopo giorno gli esperti si sono dati i turni in tv per stabilire la data in cui sarebbe stato pronto. Chi diceva un anno, chi un anno e mezzo chi due e chi perfino che sarebbe stato pronto già a settembre. E le cause farmaceutiche hanno fatto la loro parte rilasciando comunicati stampa in una gara a chi arrivava prima. Peccato che la strada per il vaccino è irta di imprevisti e difficoltà. L'11 Febbraio Gianni Rezza, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell'ISS, affermava che entro due o tre mesi sarebbe stato possibile avere candidati vaccini pronti per i primi test sull'uomo, e indicava quella di un anno come la data dell'impiego sul campo. Il 25 Marzo Andrea Carfi, a capo del team di ricerca sulle malattie infettive di Moderna, dichiarava che un vaccino sarebbe stato pronto in autunno. Il 13 Aprile Burioni spiegava che la sperimentazione su pazienti volontari avrebbe accelerato notevolmente la disponibilità del vaccino così da averlo «da un anno, questa è l'ipotesi, a pochi mesi». Ma ora Sergio Abrignani, immunologo, afferma che per avere un vaccino efficace «serviranno due o tre anni».

Tamponi

Sui tamponi Walter Ricciardi sosteneva che andassero fatti solo a chi aveva sintomi quando Massimo Galli affermava a febbraio che andassero fatti anche agli asintomatici. I test sierologici vedevano poi due fazioni opposte: quelli che volevano isolavano e sequenziare il virus e quelli che puntavano sul tampone naso-faringeo.

Test Sierologici

Anche sul test si è sentito tutto ed il contrario di tutto. Per alcuni è assolutamente da fare (per molte aziende addirittura obbligatorio per tornare al lavoro) tanto da parlare di patentino di immunità. Il 31 marzo però Ranieri Guerra, membro dell'OMS, ha dichiarato che «i test sierologia non sono affidabili. Meglio quelli a sangue venoso, di certo non lo sono quelli su sangue periferico».

La lista potrebbe andare altre ma è meglio fermarci e riflettere. La scienza ha un carattere congetturale. E' un processo continuo che porta a modificare, talvolta in profondità, il nostro modo di riconcettualizzare il mondo. Un processo che ci costringe a mettere sempre in discussione le nostre ipotesi, sostituendole con altre migliori, anch'esse talvolta solo provvisorie. Proprio da chi è impegnato in questo processo la società si aspetta una modestia socratica, quella di chi è cosciente della provvisorietà delle nostre conoscenze. Abbiamo invece assistito ad affermazioni dogmatiche e a pochissime ammissioni di ignoranza. Se gli scienziati sono chiamati ad ammettere che le loro sono ancora solo e soltanto ipotesi, la politica è chiamata a decidere. Nell'incertezza.

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