trapianto di cuore pediatrico a cuore fermo realizzato a dicembre, il primo caso in Italia, all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo
Salute

L’anno dei trapianti

Mai così tanti donatori e interventi, in Italia, come nel 2023. Ma il nostro Paese è da sempre all’avanguardia nelle tecniche e nella ricerca. E l’eccellenza si trova anche al Sud.

La trapiantologia, eccellenza italiana: lungi dall’essere solo tecnica, solo medicina, è un insieme di etica, dolore, speranza, altruismo.

Il 2023, per quanto riguarda le donazioni e i trapianti di organi, tessute e cellule, è stato nel nostro Paese un anno record: mai così tanti, con i migliori risultati in tutti gli indicatori. Per la prima volta nella storia, le donazioni di organi solidi hanno superato quota duemila, e questi numeri, che fanno segnare un +11, 6 % rispetto all’anno precedente, ci pongono all’avanguardia in Europa. Sono le cifre assolutepiù alte di sempre, ma anche le percentuali di crescita annuali più elevate mai ottenute.

ITALIA AL VERTICE DELLA RICERCA

Dietro le fredde percentuali, c’è il lavoro indefesso di equipe che lavorano giorno e notte, rincorrendo il tempo e il progresso scientifico per consentire a sempre più malati di riconquistare la vita, il benessere, la qualità del futuro. E in questo l’Italia è sempre stata all’avanguardia: è a Palermo, all’Irccs ISMETT, che è stato eseguito 17 anni fa il primo trapianto di polmoni al mondo su un paziente sieropositivo all’HIV, a Bologna che pochi anni addietro sono riusciti -ancora i primi al mondo- a trapiantare le vertebre, a Torino che si è dato inizio ai trapianti “combinati” di 4 organi (polmoni, fegato e pancreas,). E si potrebbe continuare, perché Padova è stato trapiantato per la prima volta nella storia un fegato su un paziente con metastasi epatiche inoperabili, a Catania sono stati effettuati l’anno scorso i primi trapianti di utero, così come è interamente italiana la tecnica dello “split liver” grazie alla quale un unico fegato può essere diviso in due per impiantare la parte più grande a un adulto e la più piccola a un bambino.

Permangono, certo, grandi differenze regionali, con ottime performance al Nord, con sempre più donatori -sia per effetto della scelta fatta in vita e registrata sulle carte d’identità elettroniche sia per la generosità delle famiglie- e

e numeri invece bassi al Sud, dove cresce anche l’opposizione alla donazione: in parole povere, i “No” pronunciati dai familiari alla richiesta di donare gli organi dei propri cari che versano in stato di morte cerebrale.

ECCELLENZE AL SUD: FILO DIRETTO CON GLI STATI UNITI E I PAZIENTI ARRIVANO ANCHE DALL’ESTERO

Nonostante questo, proprio dal Sud arriva quest’anno il record dell’ISMETT (Istituto mediterraneo per i trapianti e le terapie ad alta specializzazione) di Palermo, fiore all’occhiello della trapiantologia italiananato dalla partnership internazionale fra la Regione Siciliana e l’UPMC (University of Pittsburgh Medical Center): proprio nel 2023 la strutturapalermitana ha raggiunto il traguardo di 3000 trapianti dall’inizio della sua attività. La paziente numero tremila è stata una bambina di 8 anni trapiantata proprio con la tecnica dello split-liver, utilizzata dall’Istituto su più di 200 pazienti:”I risultati che abbiamo ottenuto in questi anni” spiega il dottor Angelo Luca. Amministratore Delegato di UPMC Italy e Direttore dell’Istituto“sono frutto di una grande rete territoriale, dell’impegno delle strutture di rianimazione e della nostra capacità di cercare e trovare le risorse al di fuori della Sicilia. Il 45% degli organi che trapiantiamo, infatti, provengono da altre regioni. Sono organi che spesso le altre strutture non utilizzano perché li considerano marginali, noi invece li preleviamo, li trattiamo con tecnologie avanzate e li trapiantiamo. I risultati ci hanno dato ragione: da noi, un paziente su 4 arriva dall’estero (anche da USA e Perù) e il 10% da altreregioni italiane”.

Questa corsa alle tecnologie più performanti riguarda anche i metodi di trasporto degli organi: se infatti fino a poco tempo fa si utilizzava solo la classica sacca con il ghiaccio, che non consentiva di coprire distanze importanti, ora vengono usate macchine di perfusione che possono essere montate sugli aerei con i quali si va a prelevare gli organi: “Questi macchinari consentono agli organi di arrivare nelle migliori condizioni possibili” spiega ancora il dottor Luca “e hanno ampliato le possibilità di effettuare trapianti anche quando l’organo arriva da molto lontano”.

A BERGAMO NEL 2023 INTERVENTI DA RECORD

All’estremità opposta della penisola, all’ospedale “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo, il 2023 è iniziato con un altro record: l’equipe guidata dal professor Michele Colledan -direttore del Dipartimento di insufficienza d'organo e trapianti-ha eseguito il primo trapianto in Italia di polmone da donatore vivente, su un bambino di 5 anni. Il lobo polmonare gli è stato donato dal padre: “Tecnicamente, saremmo stati pronti a compiere questo tipo di intervento, come pure immagino altri centri, già da diversi anni” spiega Colledan “ma il trapianto di polmone da donatore vivente è una procedura estremamente complessa, che coinvolge in genere due donatori, perfettamente sani, che corrono il rischio di un intervento chirurgico maggiore per un ricevente le cui probabilità di successo a lungo termine sono decisamente inferiori che con il trapianto di altri organi. Questo perché nel polmone il rigetto cronico è particolarmente frequente e poco controllabile: il rapporto rischio/beneficio è quindi meno favorevole”.

Stavolta, invece, al Papa Giovanni XXIII avevano la situazione “perfetta” per l’intervento: un bambino che aveva già ricevuto da suo padre il midollo per una patologia ematologica e che quindi, avendo lo stesso sistema immunitario del genitore, non avrebbe rigettatol’organo. Lo sforzo organizzativo e operatorio è stato immane: due chirurghi hanno lavorato sul donatore, tre sul ricevente, più i cardiochirurghi che hanno gestito l’ECMO, gli anestesisti, infermieri di sala, strumentisti, tecnici per la perfusione, per ore e ore di lavoro e di ansia: “E questo solo dentro la sala” continua Colledan “ma in caso di trapianti così complessi, fuori c’è tutto l’ospedale che lavora per il risultato; dal laboratorio di analisi alla banca del sangue, fino alle terapie intensive”.

Non si è mai registrato all’ospedale Papa Giovanni XXIII un numero di organi solidi trapiantati pari a quello del 2023. Sono185, un dato che segna un “balzo” di+ 18% rispetto a quelli dell’anno precedente (156). È ilquarto anno consecutivo di crescita rispetto al risultato del 2020, segnato dalla pandemia. Sono 38 gli organi trapiantati su pazienti pediatrici. In pratica circa un trapianto su cinque è statoeffettuato su bambini, un dato che pone l’Ospedale di Bergamo tra i pochissimi centri in Italia attivi in questo campo.

UN SISTEMA-OSPEDALE GLOBALE: EDUCAZIONE E NUOVE TECNICHE

Naturalmente, un gioco importante lo svolge anche il sistema-ospedale nella sua interezza, perché riuscire ad arrivare al trapianto, spiegare l’importanza della donazione non è un lavoro da poco, e coinvolge i familiari del donatore chiamati a fare una scelta importante in un momento terribilmente drammatico. Entra in campo anche tutto l’ambiente del reparto e il rapporto costruito con i medici: “Se il paziente è in terapia intensiva” continua il dottor Angelo Luca “e la famiglia magari ritiene che non sia stato curato bene, che possa esserci stata qualche mancanza, non donerà mai. E’ tutto il sistema che deve funzionare bene. E’ un lavoro complesso, che coinvolge per esempio anche l’educazione scolastica, il ruolo della Chiesa, e noi cerchiamo sempre di fare la nostra parte in un territorio che sicuramente non è facile, ma che sta comunque raggiungendopercentuali importanti”.

Un altro fondamentale fattore di crescita dei volumi di attività dei trapianti è sicuramente l’investimento che il Centro nazionale trapianti ha effettuato sul programma di “donazione a cuore fermo”: se infatti nel 2018 questo tipo di donazioni erano state solo 100, nel 2023 siamo arrivati a 438 trapianti grazie a organi prelevati con questa modalità. Nel maggio scorso il prelievo DCD (donation after cardiacdeath) ha potuto riguardare anche il cuore, attività che finora si poteva svolgere solo in Gran Bretagna eSpagna, dove però (come nel resto del mondo) il tempo di arresto cardiaco necessario per constatare il decesso è di 5 minuti contro i 20 previsti dalla legge italiana. Il primo centro a effettuare trapianto di cuore DCD in Italia è stato l’Ospedale di Padova, con l'equipe del Centro di cardiochirurgia "Vincenzo Gallucci" diretto dal professor Gino Gerosa.

STORIE DI VITA E RINASCITA

E alla fine dietro tutto questo, dietro la corsa alla ricerca scientifica e alle tecnologie più performanti, ci sono loro, i pazienti che escono dai grandi centri di eccellenza italiani con una nuova vita davanti: ci sono le giovani donne trapiantate di utero -prime in Italia, pochissime al mondo- al Policlinico “G.Rodolico” di Catania, e nel settembre 2022 la prima ad affrontare l’intervento ha dato alla luce una bambinaperfettamente sana, c’è il bambino di 7 anni che durante le festività natalizie ha ricevuto all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo un cuore che aveva smesso di battere da 20 minuti: metodica della quale scrivevamo prima, finora applicata solo su pazienti adulti che l’equipe del Centro trapianti di Cuore del nosocomio bergamasco, diretto da Amedeo Terzi, ha portato a termine in 13 ore di intervento.E ci sono i pionieri, pazienti che assieme ai loro medici hanno cambiato la storia della trapiantologia, malati che non avevano chance e che da quasi 20 anni invece non solo sopravvivono, ma vivono: “Sono arrivato all’ISMETT di Palermo” spiega Gino Vespa, primo paziente sieropositivo all’HIV a subire un trapianto di polmoni al mondo “perché nessun altro centro voleva intervenire su di me. Loro mi hanno operato, nel 2007. Stavo morendo, a causa della fibrosi cistica che aveva impattato pesantemente su tutta la mia vita. All’ISMETT mi hanno salvato: dopo il trapianto ho finalmente potuto condurre un’esistenza normale, viaggiare, vivere pienamente, e il mio caso ha aperto la strada ai trapianti sui sieropositivi”.

Cambiare il corso delle cose, restituire la vita e la speranza: perché no, un trapianto non è solo tecnica, e non è solo medicina.

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Maddalena Bonaccorso