Il medico poeta che cura i bambini, e i libri
Salute

Il medico poeta che cura i bambini, e i libri

Intervista al pediatra dell'ospedale Meyer Paolo Donzelli, che oggi dirige una collana per la casa editrice La Nave di Teseo

Il medico poeta, che immagina le sue liriche mentre osserva i piccoli pazienti lottare per la vita nelle incubatrici, ha 73 anni e per 20 è stato il primario di terapia intensiva neonatale all'ospedale Meyer di Firenze. Gianpaolo Donzelli, una vita in corsia e nelle aule universitarie per insegnare ai giovani medici come «prendersi cura» degli ammalati, ora fa parte del Comitato nazionale per la Bioetica e presiede la Fondazione Meyer Onlus. Oltre a dirigere la nuova collana di libri intitolata La Cura della casa editrice La Nave di Teseo (fondata da Elisabetta Sgarbi), di cui ha appena firmato, con il sociologo Pietro Spadafora, il primo volume: Medicina inedita-uno sguardo nuovo su salute e malattia (208 pagine, 16 euro).Panorama l'ha intervistato.

Professor Donzelli, come si trasmette ai giovani la capacità di «prendersi cura» dei pazienti?

«Non stancando mai di ripetere loro che devono saper trovare dentro di sé il proprio io fanciullo, se curano i bambini. Trovare dentro di sé la propria madre e il proprio padre, se vogliono capire il dolore e la tribolazione di una coppia di genitori che hanno un figlio piccolo gravemente malato. Il saper curare dipende da questo, dall'empatia, dall'immedesimazione, dall'essere in contatto con la parte più profonda dell'animo umano. E questo vale per tutti i medici, sia che curino i piccoli che gli adulti».

Quanto di più distante dall'idea di medicina ipertecnologica, difensiva degli ultimi anni...

«La tecnologia ci permette di curare pazienti che una volta erano destinati a morte certa, e consente di fare diagnosi un tempo impensabili. Ci ha dato un vaccino contro il Covid in 9 mesi. Ma è indubbio che abbia anche «invaso» la medicina, ha rinchiuso i medici nelle proprie gabbie tecnologiche fatte di ecografie ed elettrocardiogrammi, facendo loro dimenticare la visita: la mano che tocca la pancia e il polso, il bisogno dei pazienti di «sentire insieme». Vale anche per chi cura i neonati: il figlio dell'uomo, a qualunque età di nascita, ha la sensibilità nell'avvertir il tocco della mano o una voce che parla».

E la cura, quella di una volta?

«Esatto, la cura, che stata la stella polare di tutta la mia carriera, il sapere e volere camminare insieme ai malati e - nel caso dei pediatri - ai loro genitori porta alla condivisione, e fa raggiungere più facilmente la vetta. Solo la fiducia può creare l'alleanza tra il medico e il paziente».

Lei ha passato una vita intera tra le incubatrici del reparto di terapia intensiva neonatale. Come sono cambiati i genitori, in un quarto di secolo?

«I genitori di oggi sono più consapevoli, hanno maggior desiderio di capire, di fare propri gli eventuali problemi dei figli. Sono genitori «più genitori», se si può dire così. Sono molto più preparati di una volta, la prima cosa che fanno dopo aver parlato con un medico o un pediatra è andare a leggere su internet tutto ciò che riguarda le malattie dei figli».

E questo cosa cambia, per voi medici?

«Fa sì che ci siamo lasciati alle spalle una medicina cosiddetta paternalistica, dove il medicosi fa carico di tutto e chiede al paziente o al genitore, di fidarsi ciecamente. Adesso si è passati a una medicina «contrattuale», dove il medico condivide con il paziente o i genitori le problematiche, esprime le proprie opinioni, quali sono le intenzioni diagnostiche e terapeutiche, ne chiede l'assenso e la condivisione. Ma come dicevo prima, la fiducia è imprescindibile per un percorso di tipo curativo e terapeutico».

I padri sono più coinvolti di un tempo?

«Lo sono davvero molto di più. Ma non dobbiamo mai dimenticare che i bambini nascono e crescono dentro il corpo della madre, e per una donna vedersi portare via il figlio prematuro e ritrovarlo pieno di tubi in terapia intensiva è qualcosa di devastante. Una delle esperienze più laceranti».

C'è una correlazione tra l'aumento di gravidanze in età avanzata e il numero di bambini nati prematuri, che vede una crescita costante?

«Certamente sì, con la procreazione medicalmente assistita vediamo sempre più primipare che superano i 40 e anche i 45 anni. Questo porta a una condizione di rischio e di maggiore complessità. L'incidenza dei parti prematuri è ovunque in aumento - è molto cresciuta anche durante la pandemia -, e l'Oms sostiene che sia la situazione di maggiore problematicità sociale nel mondo».

Cosa prova un medico come lei, che ha basato tutta la sua vita sul rapporto con i pazienti e sulla fiducia, a vedere la diffidenza delle persone riguardo alla scienza, alle vaccinazioni, ai consigli degli scienziati sul Covid-19?

«Molta amarezza. È come se il patto di affidamento tra medici e pazienti si fosse spezzato, c'è smarrimento. E le responsabilità sono da entrambe le parti: dobbiamo saper parlare alle persone con il cuore, con gli occhi della scienza ma anche con empatia. Non essere avari di parole, di spiegazioni. Solo così riconquisteremo la mente e il cuore dei nostri pazienti».

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Maddalena Bonaccorso