Il maghetto diventerà uno di loro
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Il maghetto diventerà uno di loro

Nel partito Matteo Renzi sarà condannato a lavorare tra promesse, assemblee e acrobazie. E tornerà nel gruppo da cui voleva staccarsi

Noi vecchi diffidiamo di Matteo Renzi, chi più chi meno. Non c’entra la collocazione politica, è un tipo di scommessa a sorpresa, anche umana, che ci lascia in imbarazzo. Chi è questo? Va bene, si è presa Firenze facendosi eleggere prima candidato (primarie) e poi sindaco contro i desiderata del gruppo dirigente del suo partito, la nomenclatura dei democratici. È stato caparbio, credeva in se stesso, non lo si può certo negare. Va bene, di lui si sa che è di famiglia democristiana, che ha fatto una piccola ma intensa gavetta nella Margherita, un similpartito di cattolici di sinistra dove furono immagazzinate un po’ di forze della diaspora dc, e che alla fine fu guidato da Francesco Rutelli.

D’accordo, è persona per bene, anche ammodo, spregiudicato quanto necessario anche solo per pensare alla politica come vocazione, ma sostanzialmente ineccepibile. Ha incontrato senza remore Silvio Berlusconi ad Arcore, e poi ha aggiunto per soprammercato anche un Flavio Briatore: ha la passione per uomini e cose che luccicano. Ha fatto con successo il bullo contro Massimo D’Alema e Walter Veltroni, due stelle cadenti e ormai opache ma sempre temibili del firmamento di partito. Ha dimostrato che nel conflitto con Pier Luigi Bersani aveva ragione lui: con lo spompo si perde, con il giovane che può piacere anche fuori dai confini di partito si può vincere. Meglio, si sarebbe potuto vincere. È giovane, e chi lo nega, ma ha la prudenza e la callidità di un padre gesuita avanti con l’età.

Non gli si conoscono veri maestri, non si capisce molto bene, scrittori piacioni e finanzieri d’assalto a parte, quale sia il blocco sociale che vuole e che può rappresentare. Per fare un esempio, Enrico Letta ha 10 anni più di lui, ma è perfetto per essere accettato dai vecchi: ha il curriculum di un pupillo di Nino Andreatta, è uno che a Mario Monti offriva sfacciatamente e subito ricca consulenza per le nomine, in economia è stato senza strafare un lobbista bancario e finanziario e industriale mica male. Però quel Renzi ha il vantaggio proprio della sua uscita a sorpresa, della sua scarsa definizione.

Noi vecchi stiamo lì a interrogarci. Chi è questo? Ma i più giovani lo hanno evidentemente riconosciuto come uno dei loro, come uno che non ne può più e, come loro, non sa bene dove andare ma vuole arrivarci presto, e per fare grandi cose. Mah!

Ora parliamo di politica, perché la psicologia ti porta avanti con il lavoro, ma non conclude. Renzi ha promesso rapidità di esecuzione in tutto. Il suo slogan originario fu: adesso! E qui il piatto comincia a piangere. Se Renzi si lascia convincere dalle circostanze ad aspettare un eventuale compitino ben fatto di Letta alla testa del governo, una sua consacrazione (difficile prospettiva, ma non impossibile) come di colui che, creato dalla tigna di Berlusconi a capo di un governo di larga coalizione, alla fine si avvantaggia del giacobinismo giudiziario-borbonico di un dottore Esposito, divide il partito del suo Pigmalione e fa il primo o il secondo della classe a Bruxelles, be’, anche i suoi estimatori della prima ora moriranno tutti di pizzichi, di noia, di estenuazione.

Un Renzi formato 2015, con un anno e mezzo di governo pastorale del gregge impazzito del Pd, io non lo vedo. Mi dicono sia stato divino come Fonzie in mezzo ai tronisti di Maria De Filippi, ma la direzione di un partito e il ritmo o il tempo della politica nelle situazioni di crisi e di opportunità non sono una Ruota della fortuna (Renzi ha tra le sue medaglie la partecipazione a una puntata del gioco di Mike Bongiorno). «Adesso!» voleva dire nel 2015? E a chi la racconti?

Il tempo misura la tenacia professionale nella durata, ma brucia nell’attimo l’autenticità di una prospettiva, il collegamento tra una parabola di nuova politica e il clic diffuso nella constituency originaria di un principino di tipo nuovo. In un anno e mezzo o due come segretario, signor segretario, Renzi è condannato all’inautentico, che è la veste propria di un segretario di partito. Non ha voluto le bandiere del Pd alla Leopolda, ci tiene a proporre un modello di comunicazione e invenzione tutto suo, ovvio, è lì la sua ricchezza, mica è stupido. Ma poi, a capo della gente del partito nella veste formale di segretario, quelle bandiere dovrà mangiarsele, e dovrà lavorare di documenti, di assemblee, di maggioranze, di promesse e mirabolanti acrobazie parlamentari, in più facendo il sindaco a Firenze e stando fuori del Parlamento.

Via, non scherziamo. È un maghetto, come dice Emanuele Macaluso, il maghetto di Firenze, ma a nessuno può riuscire un gioco tanto spericolato e ibrido. Nel giro di poco tempo, con Berlusconi magari all’opposizione, parallelo a Beppe Grillo, Renzi sarà uno dei loro, uno raggiunto dal gruppo da cui voleva distaccarsi in solitario, un leader esattamente o quasi come gli altri.

Può essere che io mi sbagli, ovvio, e che riesca a questo giovane uomo di belle speranze l’impresa di presentarsi come Batman e di finire a Palazzo Chigi come Mariano Rumor, ma ne dubito. Dicano la loro gli esperti di fumetti e di politologia, ma a me sembra improbabile. Renzi ha un problema semplice e tipico della politica in certe situazioni: adesso oppure mai.

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