Bersani ed il Pd, il "rigetto" verso Renzi
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Bersani ed il Pd, il "rigetto" verso Renzi
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Bersani ed il Pd, il "rigetto" verso Renzi

Il "rottamatore" non sarà mai segretario di "questo" Pd. O lo distrugge o ne fa un altro - Renzi/Bersani, tutti i battibecchi -

Matteo Renzi vola alto e invita a occuparsi dei problemi del Paese, non delle “questionucce interne”. Dev’essere un santo, il sindaco di Firenze, obbediente alla propria personale filiazione cattolica, per continuare a sopportare tutto quello che gli è stato e gli viene tuttora combinato.

In campagna elettorale delle primarie, attacchi anche su banali cene di raccolta fondi e rapporti con forze imprenditoriali e finanziarie. Adesso, i larvati (non tanto) avvertimenti di Pier Luigi Bersani (“Stia attento ai toni”) e i palesi segnali di rigetto del Partito nei suoi confronti. Vedi le primarie per il sindaco di Roma: ha prevalso il grigio Ignazio Marino, dando inaspettatamente a Alemanno (e a Marchini) la possibilità di entrare sul serio in pista e sperare nella conquista o riconquista del Campidoglio.

E questo, solo perché Marino era il candidato dell’Apparato. La realtà che Renzi conosce bene è che il Partito comunista italiano è ancora vivo (non nel senso dell’ideologia filo-sovietica che non c’è più, spazzata via in Italia seppure con discreto ritardo dopo la Caduta del Muro) e resta una macchina da guerra tutt’altro che gioiosa, oggi tutta rivolta a mantenere l’ordine interno di un Partito democratico vecchio stile, erede del Pci-Pds-Ds. E che non a caso ritiene di poter dialogare con il cuore rosso di un malinteso grillismo.

Bersani è il garante, non sappiamo per quanto, di una gerarchia e architettura interna che esprime la sua forza nella cosiddetta “classe dirigente”. Non è la persona di Bersani a essere forte, in questo momento, ma la compattezza del Partito che potrebbe domani affidarsi a Barca o a altri, e tuttavia non rinnegare il proprio orologio del paleolitico.
Renzi è estraneo a tutto questo.

Renzi non è solo molto giovane per essere in odore di premiership. È anche l’esponente di una sinistra cattolica non catto-comunista, blairiana, moderna, smagata sui social network, senza paraocchi o pregiudizi di carattere personale o ideologico. Una sinistra pragmatica e aperta. Giovane. Insomma, una non-sinistra, se ragioniamo secondo schemi e caratteri “lombrosiani” della sinistra che conosciamo.

Ci sarà una ragione per la quale il “popolo di sinistra” non riesce proprio a digerire Renzi. Ad ammetterlo come un proprio esponente. Non riesce a considerarlo “uno di noi” quando lo vede affrontare disinvolto lo stage di “Amici”. Per questo, è probabile che Renzi non riuscirà mai a sfondare nel suo partito, a prendere il posto di Bersani, neanche se dovesse convincere tutti, dentro e fuori il Pd, di essere l’unica carta davvero vincente.

Renzi si trova di fronte a un’alternativa paradossale: è un leader, ha il carisma del leader, è percepito dalla gente come leader, lo è molto più di qualsiasi altro esponente del Pd o della sinistra. E, tuttavia, non sarà mai il segretario del Pd. Almeno, non di questo Pd.

Non sarà mai capace di conquistare il Partito succedendo a Bersani. La sua proposta di abolire il finanziamento pubblico dei partiti tradisce l’intento (o la consapevolezza) di distruggere il Partito con la P maiuscola, l’apparato e tutta la sua rete di convenienze clientelari. Ma così facendo otterrebbe solo macerie, sulle quali risorgere come il leader di qualcosa di nuovo che non avrebbe nulla a che vedere col Pci e la sua catenina di sigle.

Oppure, l’ipotesi più probabile, dovrebbe uscire dal Pd, o meglio scinderlo creando una nuova forza politica non necessariamente “moderata”, ma moderna. Con caratteri che vanno oltre la destra e la sinistra.
Ecco, aspettiamo quel momento. Renzi ha sicuramente l’intelligenza per capire quando sarà arrivato, e quando non dovrà essere superato per non bruciarsi la Grande Occasione. Come il surfista che aspetta l’Onda.

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