Renzi sconfitto sul decreto Lavoro
Pier Marco Tacca/Getty Images
Renzi sconfitto sul decreto Lavoro
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Renzi sconfitto sul decreto Lavoro

La riforma tanto sbandierata non c'è stata, anzi. Trionfa la minoranza Pd, il nemico interno (il più pericoloso)

C’aveva già pensato il Financial Times a bastonare il Jobs Act  di Renzi. Proposte vaghe, inefficaci e per di più abbandonate ai tempi incerti del Parlamento. Il 6 aprile scorso il quotidiano britannico scrive: ‘Di fronte ad un’Italia che nell’ultimo anno ha perso circa mille posti di lavoro al giorno, per Matteo Renzi la necessità di riformare le inefficienze del mercato del lavoro è stata una specie di mantra costante’. E invece i suoi stessi sostenitori ‘sono rimasti stupiti quando il nuovo premier ha deciso di lasciare al Parlamento il compito di tracciare il nuovo Jobs Act, un processo che potrebbe richiedere un anno prima che una legge venga approvata’. Entrando nel dettaglio della bozza di proposte presentata dal governo alla commissione Lavoro del Senato, il FT rilevava ‘intenzioni generiche’, ‘linee guida vaghe, prive di una chiara intenzione di arrivare ad una singola, più universale forma di contratto di lavoro’

Chissà come il quotidiano della City giudicherà le modifiche apportate ieri al decreto Poletti in commissione Lavoro alla Camera.

Il ministro del Lavoro ha cercato di minimizzare per tenere compatto il fronte del governo, ma non c’è dubbio che i veri sconfitti siano stati proprio Renzi e Poletti. Hanno cantato vittoria invece gli esponenti della minoranza PD, Damiano e Fassina in testa. Il Nuovo Centrodestra per bocca di Maurizio Sacconi ha parlato di un vero e proprio ‘colpo di mano’, gli esponenti di Scelta Civica si sono astenuti dal voto.  

Per porre rimedio ai guasti della riforma Fornero che in un momento di recessione economica ha incrementato oneri e costi per le imprese che assumono, il premier Matteo Renzi aveva promesso di eliminare ‘lacci e lacciuoli’ per dare concreti incentivi ai datori che assumono con contratti a termine. Poletti, sulla medesima lunghezza d’onda del premier, ha congegnato un decreto che aumenta da 12 (legge Fornero) a 36 mesi la durata massima dei contratti a termine per cui il datore non è obbligato ad indicare la causale (ovvero la ‘giustificazione’ sul perché non assuma a tempo indeterminato). Inoltre, se la legge attuale ammette un’unica proroga possibile, la riforma Poletti nella versione originaria ne consentiva otto, il testo approvato in commissione Lavoro le ha ridotte a cinque. Così per l’apprendistato: la riforma Poletti ‘autentica’ non prevedeva nessuna condizione di assunzione per il datore che impiega un apprendista, così come cancellava l’obbligo del progetto formativo in forma scritta (altro macigno by Fornero). Il testo approvato con la vittoria della minoranza PD introduce per le aziende oltre i 30 dipendenti l’obbligo di stabilizzazione del 20 percento degli apprendisti prima di poterne impiegare ulteriori. Per le donne in gravidanza con contratti a termine di almeno sei mesi, si stabilisce che la maternità sarà conteggiata ai fini del diritto di precedenza in caso di assunzioni a tempo determinato o indeterminato nei 12 mesi successivi alla scadenza del contratto. 

Insomma, se la legge Fornero ha consentito che il tasso di disoccupazione in Italia decollasse nel giro di due anni al 13 percento, toccando il record negativo dal 1977, il testo del decreto lavoro che martedì approderà in Aula alla Camera esce ridimensionato nelle sue ambizioni riformatrici dal vero nemico del premier, lo stesso che qualche giorno fa al Teatro Ghione di Roma ha organizzato una ‘Leopolda antirenziana’ e tutta interna al PD. Il nemico in casa, il più temibile. 

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