Bangladesh: un anno fa la tragedia del Rana Plaza
Munir Uz Zaman/Afp
Bangladesh: un anno fa la tragedia del Rana Plaza
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Bangladesh: un anno fa la tragedia del Rana Plaza

Il 24 aprile del 2013 crollava l'edificio di Dhaka con le fabbriche di abbigliamento low cost. Anche in Italia manifestazioni per sollecitare i grandi marchi a risarcire le vittime

Un anno fa un palazzo di otto piani a Dakha capitale del Bangladesh, crollò uccidendo 1.138 persone , per lo più operaie di fabbriche di vestiti low cost per i negozi occidentali, oltre 2 mila furono estratte vive dalle macerie.
Quel disastro rivelò al mondo, ancora una volta, le condizioni disumane in cui 4 milioni di donne e uomini bengalesi  lavorano per confezionare magliette, camicie e pantaloni venduti a una manciata di euro nelle grandi catene delle nostre città.
Rozina Begum, 26 anni,  è rimasta per due giorni sotto i detriti del palazzo. Si è salvata tagliandosi un braccio con la sega. È tornata comunque al lavoro: “Il rumore delle macchine da cucire mi fa venire il vomito” ha dichiarato al Wall Street Journali, “ma noi siamo poveri, il nostro capitale sono le nostre mani e ora, con un braccio solo, è dura”.

Nei mesi successivi al disastro del Rana Plaza, le organizzazioni che si occupano di diritti dei lavoratori hanno spinto per ottenere un adeguato risarcimento delle famiglie delle vittime ( 50 mila taka, circa 460 euro) e un miglioramento delle condizioni di lavoro per gli operai tessili. A settembre del 2013 è stato siglato un innovativo accordo  The Arrangement    che ha costituito un fondo per ripagare i familiari delle vittime e  fornire assistenza medica ai sopravvissuti, finanziato dai marchi dell’abbigliamento, ma anche da donazioni private. Purtroppo, denuncia la campagna Clean Clothes/Abiti Pulit i , il fondo ha raccolto soltanto 15 dei 40 milioni necessari. 

“I grandi marchi internazionali della moda hanno nuovamente fallito nel garantire il rispetto dei lavoratori che producevano per loro.” dichiara Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, che sottolinea come le aziende italiane Benetton, Manifattura Corona e Yes Zee non abbiano ancora aderito al fondo. “Guardando ai profitti realizzati dalla Famiglia Benetton nel 2012” continua Lucchetti, “la richiesta di 5 milioni di dollari per il fondo equivale a una percentuale davvero marginale. Non ci sono scuse per non pagare”.  
Oggi da Firenze, a Milano a Treviso si terranno Flash mob, mostre e raccolte firme a sostegno della petizione per convincere tutte le aziende che avevano produzioni a Rana Plaza durante il crollo o poco prima a contribuire al risarcimento delle vittime.
A maggio del 2013 è stato anche firmato un altro accordo con il quale 150 marchi internazionali di  moda come H&M e Inditex (Zara) si sono impegnati legalmente a promuovere condizioni più sicure di  lavoro nelle fabbriche tessili in Bangladesh. Molti colossi americani come Gap, Walmart e Macy non l’hanno sottoscritto preferendo un’alleanza con meno vincoli legali

H&M ha dichiarato che entro il 2018 garantirà  agli 850 mila lavoratori tessili che producono per i suoi negozi un “salario equo” pur non stabilendo la soglia dell’equità
Tuttavia, c’è ancora molto da fare per tutelare chi produce abiti e scarpe e non solo in Bangladesh. In Cambogia, dove l’industria tessile vale oltre 5 miliardi di dollari di export e impegna oltre 600 mila persone, si assiste a continui svenimenti di massa, soprattutto di operaie, legati probabilmente alle dure condizioni di lavoro nelle fabbriche e ai salari troppo bassi, che non permettono neppure di comprare abbastanza da mangiare. A dicembre gli operai hanno chiesto un aumento del salario  minimo da 80 a 120 dollari al mese. Il governo di Phnom Penh ha detto che l’economia poteva reggere al massimo un incremento di 15, 20 dollari al mese. E ha disperso gli scioperanti con la forza.
 
 

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