Ritratto di boia con interno
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Ritratto di boia con interno

Rigido, freddo, altezzoso, mai pentito per la strage di 335 italiani. E parsimonioso come chi ha fatto la guerra. Perfino colpito dalla efferatezza dell’omicidio di Meredith, ma incapace di capire perché lo chiamassero «boia». Gli ultimi giorni di Priebke, raccontati da chi gli è stato vicino

Come ha vissuto il boia delle Fosse Ardeatine, a che cosa ha pensato chiuso in un appartamento per quasi vent’anni, continuando a sentirsi un perseguitato, continuando a raccontare al mondo che non doveva pentirsi, poiché non aveva fatto nulla di cui pentirsi? La vita sembrava non finire mai per l’uomo che aveva partecipato al più efferato eccidio della guerra in Italia, e glielo aveva predetto il rabbino capo Elio Toaff, quando gli comminarono gli arresti domiciliari: «Vivrà e soffrirà di più». Se l’inferno si sconta qui, Priebke ha convissuto con i suoi peccati durante una vecchiaia infinita e solitaria. Ma senza mai ammetterli.

Davanti al cancello della sua abitazione al momento della morte qualcuno chiedeva con ansia: «Si farà seppellire con la sua divisa?». Ma gli eroi muoiono giovani e la divisa da nazista di un uomo di trent’anni non si compone sul corpo sfatto di un vecchio. E il suo onore incomprensibile ai più, tenuto stretto tutta la vita come verginità da non perdere, diventa la cenere di cui oggi nessuno vuole più sentir parlare. Raccontare la banalità di una vecchiaia dolorosa e troppo lunga, pesante come lo sono tutte, può aiutare a capire anche la banalità del male.

Sulla porta del suo appartamento c’è una piastrella con scritto «Vae victis», guai ai vinti. Ma quali vinti? Lui, l’anziano che stava oltre quella porta, che mangiava scatolette di aringhe scadute perché ancora pensava che il cibo non si butta mai via, come quando si era in tempo di guerra? Oppure i vinti sono i morti di un marzo lontano, alle Fosse Ardeatine, fuori Roma: 335 persone, fucilate a gruppi di cinque, caduti gli uni sugli altri, colpiti alla nuca, anche da quell’uomo che ha vissuto fino a cent’anni, che ha scritto nel suo testamento spirituale, firmandolo con un punto esclamativo: «La fedeltà al proprio passato è qualcosa che ha a che fare con le nostre convinzioni».

Erich Priebke è morto sul divano di un appartamento borghese in via Cardinal Sanfelice, nel quartiere romano di Boccea, dove era vissuto fin dal 1998 in detenzione domiciliare. Sotto un grande quadro raffigurante san Giovanni, se ne è andato invocando Paolo, il suo tutore legale, il suo avvocato e amico, l’unico che gli aveva offerto ospitalità e aiuto, quando era uscito dal carcere militare. Il solo, forse, che conoscesse veramente il boia delle Fosse Ardeatine in privato.

Paolo Giachini, 63 anni, occhi chiari, una camicia scura, seduto al Caffè Rosati in piazza del Popolo davanti a un cappuccino, racconta quello che per lui fu «non un padre, perché un padre l’ho avuto ed era un militare anche lui, ma un nonno». Lo aveva conosciuto quando era recluso nel carcere di Boccea, era andato a trovarlo offrendogli il sostegno della sua associazione Uomo e libertà. «All’inizio lui era stato diffidente» ricorda. «Nascondeva il tormento con la sua educazione prussiana, era profondamente rigoroso».

Hanno vissuto insieme nell’appartamento al terzo piano della casa con le sbarre alle finestre. Viveva lì l’uomo vecchio, da solo, e scriveva nel suo diario di sentirsi miserabile, era inquieto quando Giachini partiva. La paura di trovarsi di nuovo senza nulla, oppure magari era preoccupato perché le voleva bene? «Non ha mai usato quelle parole per me. Le conservava per le donne. E ha avuto moltissime donne in tutti questi anni innamorate di lui».

Una di queste fu ribattezzata durante il processo la Dama bianca, come l’amante di Fausto Coppi: «Abitava a Bassano del Grappa, si chiamava Zadra, gli fu vicina fin dai tempi del carcere. Riuscì ad andarlo a trovare, morì di cancro anni fa e fino alla fine fu innamorata. Lui era romantico, di quel romanticismo che hanno i tedeschi, alla Goethe».

Il «nazista romantico» non mostrava nulla: «Uno degli ultimi giorni mi chiese cosa stesse succedendo e io gli spiegai che stava per morire, e gli domandai se avesse paura. Lui mi guardò e laconico rispose: no». L’uomo vecchio in quella casa ha vissuto prima con Giachini, poi quando si è sentito meno bene con alcune badanti. Un periodo si fermò a dormire con lui Boris, collaboratore dell’avvocato, che ricorda: «Guardava soprattutto i telegiornali e davanti alle notizie di cronaca nera restava colpito, esterrefatto, a volte sconvolto. Ricordo che lo colpì soprattutto il delitto di Meredith Kercher. Continuava a dire che non capiva come la gente fosse capace di tanta violenza immotivata nei confronti di una persona». Sembrerebbe crudele ironia, ma pare che nella sua mente la violenza bestiale del suo passato non lo riguardasse più, come se la sua vita fosse divisa a metà, come una di quelle falde che spezzano la terra carsica. C’era la guerra, e la guerra era la guerra, giustificazione comoda e universale. Ma lui ne conosceva il lato più oscuro, si era trovato nell’orrore, all’orrore aveva obbedito, dell’ordine si era fatto complice.

Il vecchio non capiva perché gli dessero del boia, lui che viveva cercando di risparmiare inutilmente ogni centesimo, che non indossava le scarpe a casa per non consumarle, che viveva delle cose che gli regalavano i suoi estimatori e spesso neanche tenendole per sé, ma regalandole alla portiera. Lui che ci teneva a farsi la lavatrice da solo, così come cucinava i suoi pasti da carnivoro convinto. E poi chiuso nella sua stanza al fondo della casa, tra un crocifisso e infinite carte che ammucchiava in continuazione. «Buste e scatole, non si poteva buttare via nulla, teneva tutto per riusarlo» ricorda Giachini, scrivere ai tanti che gli mandavano lettere con parole che si accavallano tra lo spagnolo e l’italiano. «Era un prussiano, aveva avuto un’educazione durissima».

Orfano a 8 anni, il fratello più grande morto nella Prima guerra mondiale come volontario a 17 anni, il padre per un cancro allo stomaco e la madre per un intervento chirurgico. «Ricordo una volta, qualche anno fa, stava male e dovetti chiamare l’autoambulanza» racconta Giachini. «Mentre scendevamo si era aggrappato al mio braccio per sorreggersi. Fuori dalla porta c’erano alcune persone che lo aspettavano per contestarlo, “Assassino boia”. Ricordo la sua mano stretta come acciaio sul mio braccio e poi d’un tratto lui che con tutta la forza si raddrizzò, gelido, imperturbabile, e con incedere militare passò tra le ali di folla, come se nulla potesse toccarlo. Non era così, ma se lo imponeva».

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La sua freddezza era un guscio, diceva lui, un impermeabile indossato perché tutto scivoli via, «altrimenti mi ammalo», aveva detto: «Se sorrido, leggo sulla stampa d’essere sprezzante. Se mantengo uno sguardo attento, divento altezzoso. Quando invece sono teso, mi definiscono cinico. A volte mi chiedo cosa dovrei fare». Amletico, eppure quando usciva al braccio della badante polacca, ritto e sprezzante lo sembrava davvero, sembrava che dovesse recarsi ancora a Villa Wolkonski, sede dell’ambasciata tedesca, dove lavorava a fianco di Herbert Kappler. E invece, come tutti i vecchi, andava a sedersi a un tavolo di legno in un sudicio giardinetto alla confluenza di strade trafficate, dove il pomeriggio è un viavai di badanti impegnate con i telefonini e anziani immobili, portati fuori a prendere aria come fossero cagnolini. Ma lui non era un vecchietto qualsiasi.

Certo, con il tempo la memoria si affievoliva, i ricordi, che erano tutto quello che gli restava, scivolavano via, gli occhi di ghiaccio del capitano erano diventati liquidi. «Era quasi sordo e non ascoltava neanche più la musica che amava, ma non si lamentava mai» ricorda Giachini «anzi continuava a dirmi che voleva farmi risparmiare con la casa. Era assolutamente parsimonioso». Lo scaldabagno lo accendeva solo mezz’ora prima di fare la doccia, non lasciava mai cibo e mangiava anche quello scaduto, che lui reputava buonissimo. «Mi ricordo di averlo visto armeggiare a lungo con una scatoletta di aringhe che gli era arrivata dalla Germania, gli dicevo di buttarla, ma si ostinava a dire che erano ottime. Stette malissimo, quasi avvelenato da quel cibo».

Nel suo palazzo presidiato giorno e notte dalla camionetta dei militari quel vecchio signore s’era fatto dimenticare, non dava quasi più fastidio, accolto con uno striscione che lo chiamava assassino, «alla fine era stato pure utile: dal suo arrivo erano cessati i furti». E allora tout se tient, anche il vecchio nazista, arrivato da ragazzo nel nostro Paese a fare il cameriere in un albergo a Rapallo. Lì aveva conosciuto Ezra Pound, il poeta americano filofascista. Che scrisse: «Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale nulla lui». Poi il tempo passa, certe idee vengono relegate ai confini della storia, ma restano i 335 fantasmi  di cittadini uccisi per rappresaglia con cui fare i conti.  
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