A proposito di posto fisso: il caso dell'Università del Salento
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A proposito di posto fisso: il caso dell'Università del Salento
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A proposito di posto fisso: il caso dell'Università del Salento

Lì i concorsi danno punti più alti a chi insegna in Italia rispetto all'estero. Una scelta "nazionale" e non "meritocratica"

Due notizie così lontane, così vicine. La prima è il tema di più calda attualità politica di questi giorni. Matteo Renzi dice senza mezzi termini alla Leopolda: "Il posto fisso non esiste più". Un modo per declinare in italiano che l’art. 18 va superato. Ed è vero. Il posto fisso non esiste nel mondo, non tanto in Italia (oggi il Fatto Quotidiano pretende di fare le bucce al presidente del Consiglio elencando le statistiche sulla maggiore diffusione dei contratti a tempo indeterminato - sarebbero l’86% - ignorando che il tema è un altro). In Italia il posto fisso non esiste più perché anche il posto fisso è diventato precario, lo si può perdere da un giorno all’altro, è questa la drammatica realtà degli ultimi anni. A Paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, la lingua inglese neppure contiene l’espressione "posto di lavoro". Esiste solo il "lavoro", il job. Così come non c’è un nome equivalente alla nostra "precarietà". In quei Paesi, però, c’è molto più lavoro che da noi. E distribuito più equamente.

L’altra notizia, apparentemente distante ma in realtà legatissima a questa, l’ha tirata fuori Flavia Amabile nel suo blog de La Stampa, ripreso poi da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. Incredibile, ma vero, nell’Università del Salento i concorsi per assumere 16 nuovi professori prevedono bandi nei quali si attribuisce all’insegnamento in Italia un punteggio diverse volte superiore a quello riconosciuto a chi insegna o ha insegnato all’estero. Indipendentemente, a quanto pare, dalla posizione certificata nelle classifiche mondiali degli atenei di provenienza. Insomma, insegnare nell’Università del Salento (qualcuno la conosce in California o a Singapore?) vale molto più che non insegnare a Oxford, Harvard, al Mit o all’Imperial College di Londra.

La spiegazione che il direttore del dipartimento di fisica leccese ha dato alla giornalista è che si voleva "vere personale docente con esperienza didattica in Italia", che potesse "da subito svolgere al meglio i corsi e, eventualmente, ricoprire cariche accademiche", e poi valorizzare i ricercatori che in questi anni di blocco dei concorsi hanno "consentito il normale svolgimento delle attività didattiche". E così, nero su bianco, c’è l’ammissione che è stata fatta una scelta "nazionale", anche legata alla situazione lavorativa dei ricercatori, italiani e non, attivi nel nostro Paese (magari proprio a Lecce), piuttosto che una selezione dei migliori.

Il problema è che i concorsi non dovrebbero servire a piazzare le persone che si desiderano nelle cattedre, ma a riservare le cattedre a chi lo merita davvero (di più). Anche perché l’Università non dovrebbe essere al servizio dei professori, ma degli studenti. I quali non avranno nel mercato globale le stesse opportunità dei loro coetanei di altri atenei, stranieri, dove la selezione è degna di questo nome e che non a caso si trovano più in alto nel ranking mondiale degli istituti universitari.

Dov’è il legame col posto fisso? Ce n’è uno immediato. Si vuole dare un posto fisso a una determinata categoria di persone, invece di adottare il merito come criterio. Inoltre, in Italia purtroppo la laurea ha ancora valore legale, a differenza per esempio del mondo anglosassone. Il che significa che basta uno straccio di diploma preso ovunque capiti per essere assunti "legalmente" in determinate posizioni, mentre il curriculum complessivo (che comprende la laurea ma non solo) può non esser preso nella dovuta considerazione. E così prosperano le raccomandazioni, i binari privilegiati, la frustrazione dei più meritevoli, la fuga dei cervelli. E l’Italia continua ad andare alla deriva nel mare magnum di incrostazioni del passato, sempre più distanti dal mondo reale.  

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