Parsi: «Dopo la pandemia potrebbe arrivare il Rinascimento»
La tavola «Città ideale», conservata alla Galleria nazionale delle Marche (Wikimedia Commons).
Parsi: «Dopo la pandemia potrebbe arrivare il Rinascimento»
Politica

Parsi: «Dopo la pandemia potrebbe arrivare il Rinascimento»

Se non ora quando? È questo il messaggio che il professor Vittorio Emanuele Parsi lancia con Vulnerabili, il suo ultimo libro dedicato alle ripercussioni dell'epidemia sull'economia e la politica mondiale. Delineando tre scenari, l'ordinario della Cattolica invita tutti a «cogliere l'occasione per rilanciare la democrazia». Per rendere possibile l'avvento di un nuovo umanesimo.


«Se neppure questa crisi ci spingerà a riformare le debolezze strutturali del sistema in cui viviamo, che cos'altro potrà mai riuscirci?». Il messaggio che Vittorio Emanuele Parsi lancia con il suo ultimo ebook Vulnerabili: come la pandemia cambierà il mondo è chiaro: se non ora, quando? L'instant book del professore di Relazioni internazionali alla Cattolica di Milano, a lungo collaboratore di Panorama, è stato pubblicato da Piemme edizioni il 23 aprile e ha già riscontrato un grande successo di pubblico. Il testo parte da una domanda: che ripercussione avrà l'epidemia da Covid-19 sull'economia e la politica mondiale? Il professor Parsi ipotizza tre scenari: Restaurazione, Fine dell'impero romano di Occidente e Rinascimento. Ma è nel terzo che confida: «Sta a noi cogliere l'occasione per rilanciare la democrazia contro gli eccessi della finanza e il rischio di un nuovo autoritarismo».



Come la pandemia cambierà il mondo recita il titolo del suo libro. Già, come?

«Partiamo da una considerazione di realismo e di decenza etica. La pandemia è stata una gigantesca sconfitta. Ci ha colto di sorpresa, nonostante i molti segnali che da tempo ci stavano arrivando. Sapevamo che il rischio di una pandemia era tra quelli meno improbabili e più devastanti. Avrebbe richiesto che tutti i governi, soprattutto dei Paesi più ricchi, investissero fondi per non farsi trovare impreparati a impedirne la rapida diffusione e a gestirne le conseguenze economiche oltre che sanitarie. Così non è stato. Nella mia interpretazione la pandemia ha messo in luce la fragilità delle reti che strutturano l'interdipendenza globale. Parliamo di un sistema la cui resilienza è dettata, come sempre, dalla fragilità dell'elemento più vulnerabile: nel nostro caso, il fattore umano. Le reti sono diventate sempre più estese, sottili, leggere. E l'uomo ha dovuto adattarsi ai ritmi imposti dagli elementi inanimati, materiali e immateriali. Non è un caso che il sistema sia andato in tilt non per un virus informatico, ma a causa di un virus biologico. Altro che "baco del millennio": Covid-19».

E quindi, come cambierà il mondo?

«Per il meglio o per il peggio: molto dipenderà dalle nostre scelte, se sapremo imparare dalla lezione dolorosamente appresa in questi mesi. Del resto, proprio nelle interminabili ma necessarie settimane del distanziamento fisico, non abbiamo forse potuto toccare con mano come il comportamento di ognuno di noi, insieme a quello di tutti gli altri, abbia fatto la differenza, letteralmente, tra la vita e la morte per noi e per tantissimi altri?».

Lei suggerisce tre scenari. Il primo è quello della Restaurazione.

«L'illusione che si possa ri-tornare allo status quo ante, che passato il tornado della pandemia si possa ri-cominciare, ri-partendo da dove eravamo prima del Covid-19. Esattamente come accadde nel 1815, anche questa Restaurazione sarebbe solo apparente. L'impatto della pandemia è stato asimmetrico, esattamente come lo sono state e lo saranno le sue conseguenza economiche: tutti abbiamo corso il rischio di ammalarci, ma per alcuni il rischio è stato maggiore e la probabilità di guarigione sono state minori. Tutti siamo stati danneggiati economicamente (e lo saremo ancora) dalla pandemia: ma per alcuni il danno è stato maggiore, per altri, per molti altri purtroppo, irreparabile. Basterebbe questo per farci capire che tornare alle "certezze del tranquillo passato", per dirla con Abramo Lincoln, è semplicemente impossibile. L'equilibrio economico-sociale internazionale e interno è stato irrimediabilmente incrinato. Eppure la tentazione è forte. Sarebbe un'evoluzione di corto respiro e destinata a produrre uno pseudo-equilibrio ancora più precario di quello da cui provenivamo. Il rischio maggiore è che alle conseguenze disastrose della "fase 1", per intenderci, si sommino quelle della "fase 2"».

Il secondo scenario è la "Fine dell'Impero romano di Occidente". Vale a dire?

«Un mondo nel quale la globalizzazione si riduce e che si trasforma in una serie di sfere di influenza economiche e politiche chiuse le une rispetto alle altre. Un mondo senza più leadership globali (il ruolo che gli Stati Uniti hanno giocato a partire dalla fine della Guerra fredda, al di là della qualità della loro performance), ma anche un mondo senza "modelli" e senza più alcuna fiducia e possibilità di un tentativo di multilateralismo, cioè di trovare conciliazione e compromessi "fattivi e virtuosi" tra interessi e posizioni in competizione tra loro.

Inquietante, come prospettiva...

«Questo sarebbe un grande problema. Al di là dell'interdipendenza che abbiamo prodotto "artificialmente" in questi ultimi 30 anni, malgovernata da reti troppo leggere e in cui il "valore" di ogni singola componente dipendeva dalla sua mobilità (i soldi più delle merci, le merci più delle persone), c'è un'interdipendenza che continuerebbe a esistere malgrado tutto. Mi riferisco al "lato oscuro" dell'interdipendenza: quello delle pandemie, delle migrazioni, del cambiamento climatico, del depauperamento delle risorse… Il crollo di fiducia nel multilateralismo e nelle sue istituzioni e la contemporanea assenza di una leadership globale ci esporrebbe ancora di più alle conseguenze del non governo dell'interdipendenza. In un simile contesto è molto difficile pensare che l'Unione Europea, tanto per fare un esempio, potrebbe sopravvivere».

A proposito di leadership: durante la crisi Covid in Occidente se ne è notata la mancanza. Come mai?

«Perché in questi anni abbiamo perso la coscienza che ciò che ci fa "Occidente", quello che ci costituisce, è la capacità di declinare la libertà e l'uguaglianza, la politica e l'economia, la democrazia e il mercato, i diritti individuali e la solidarietà in una maniera che nella storia si era verificata solo, e parzialmente, 2500 anni fa. Abbiamo proceduto sbandati negli ultimi 30 anni e il risultato è che ci siamo persi. Abbiamo persino alterato la dimensione temporale, premiando sistematicamente e patologicamente logiche di breve periodo e penalizzando pervicacemente le logiche di lungo periodo: sfruttando non solo le risorse naturali del pianeta ma innanzitutto noi stessi.

E che cosa prevede invece lo scenario più roseo, il Rinascimento?

«Che abbiamo appreso la lezione di questi mesi a partire dalla consapevolezza che, se non costruiremo un nuovo sistema di interdipendenza meno sfavorevole al fattore umano, saremo sempre vulnerabili. Le crisi offrono la chance di cambiare, perché rompono gli equilibri pre-esistenti e disperdono il potere. E quindi consentono la formazione di nuovi equilibri, riconcentrando il potere su configurazioni differenti. Il cambiamento, affinché si verifichi, ha bisogno del potere. Ecco perché io lo immagino possibile a partire da un Paese il cui equilibrio è stato scosso profondamente dalla pandemia e dalle sue conseguenze economiche, che possiede comunque istituzioni democratiche e un pluralismo dei media e che ha un appuntamento elettorale ravvicinato. A novembre negli Stati Uniti si vota: non solo per eleggere il presidente, ma anche per rinnovare un terzo del Senato e l'intera Camera dei Rappresentanti. L'America ha perso per la pandemia più vite che per la guerra del Vietnam: i suoi abitanti hanno toccato con mano l'iniquità di un sistema che ha moltiplicato l'impatto asimmetrico della pandemia invece di ridurlo.

Il cambiamento potrebbe arrivare da oltreoceano?

Per la centralità che occupa nel mondo globalizzato e per il suo ruolo nella produzione di idee, significati e simboli, un cambiamento nella direzione di un'umanizzazione della globalizzazione, verso una nuova stagione di vero liberalismo inclusivo e solidale, verso un mercato non dominato dagli oligopoli della ricchezza e del privilegio che partisse da Oltreoceano avrebbe un impatto enorme anche in Europa. L'Occidente tornerebbe a essere un modello: per sé e per gli altri. Successe così dopo la crisi del 1929 e si inaugurò la stagione del Welfare State, associando democrazia e mercato, sviluppo e benessere. Successe lo stesso dopo la crisi d'inizio anni Settanta e si inaugurò la stagione del neoliberalismo e la decostruzione dello Stato sociale con la "liberazione" del mercato. Oggi potrebbe inaugurarsi una stagione nuova di liberalismo inclusivo, un nuovo umanesimo».

Quale dei tre scenari è più probabile?

Nell'immediato vedo forti spinte verso la Restaurazione, la quale secondo me costituirebbe un prodromo del secondo. Ma se la fase 2 partisse subito male, la Fine dell'impero potrebbe avviarsi immediatamente. Confido però che saremo in grado di incamminarci verso un Rinascimento, magari dopo una breve stagione di incertezza. Consideri che la gran parte dei soggetti politici oggi su piazza potrebbero essere spazzati via per la loro inconsistenza e incapacità di offrire una prospettiva. E che potrebbero affacciarsi nuove leadership formate dall'attraversamento di questa stagione… Se neppure questa crisi, la più grave dal 1929, ci spingerà a riformare le debolezze strutturali del sistema in cui viviamo, allora che cos'altro potrà mai riuscirci?»

A questo proposito, lei scrive che dobbiamo pensare in grande il futuro. Che cosa significa concretamente?

«Significa che proprio il senso della nostra finitezza e vulnerabilità in quanto esseri umani dovrebbe spingerci a concepire politiche prometeiche. I forti possono permettersi il lusso del vivacchiare, i deboli, per sopravvivere, devono organizzarsi e trasformare la debolezza in forza. Non è tempo di piccolo cabotaggio, non ce lo possiamo più permettere. Dobbiamo essere audaci nella concezione del futuro e nella sua costruzione. La politica deve indicare la rotta. È una sua precisa responsabilità».

Un capitolo del suo libro si intitola "Perché il loro sacrificio non sia stato vano". Cosa bisognerebbe fare affinché non lo sia stato?

«Bisognerebbe ripensare un mondo diverso, che sappia riconoscere la centralità dell'essere umano, è il modo migliore per onorare le centinaia di migliaia di persone che hanno perso la loro vita in questa terribile prova. Possiamo diventare tutti noi la band of brothers di cui scriveva Shakespeare, in cui ognuno è pronto a sacrificare la propria vita per il suo compagno, perché sa che nessuno verrà lasciato indietro. Solo il riconoscimento del valore supremo della vita, di ogni singola vita, può spingerci a mettere a repentaglio la nostra per un bene comune di cui siamo parte. Costruire un mondo in cui la consapevolezza della vulnerabilità umana sia il punto da cui partire rappresenterebbe il più grande monumento funebre a tutti quelli che ci hanno lasciato in questi mesi a causa del Covid-19».

In quanto ufficiale di Marina, lei sostiene che per ripartire occorre riconcepirci come l'equipaggio di un solo vascello. Che cosa intende?

«Che una nave è innanzitutto l'equipaggio. Che l'elemento più fragile, quello umano, è il più prezioso. Che su una nave ogni sistema di comunicazione e di alimentazione è sdoppiato, passa da prua a poppa sul lato dritto e sul lato sinistro, per aumentare la resilienza di un sistema che deve in primo luogo tutelare la sicurezza dell'equipaggio. E nessuno si sognerebbe di pensare che è uno spreco. L'efficacia richiede anche la ridondanza. È questo che consente a un vascello di continuare a navigare, e quando necessario a combattere, anche se è danneggiato dal fuoco nemico e persino di poter effettuare riparazioni durante la navigazione. Un'interdipendenza che ignora sistematicamente la vulnerabilità dell'uomo che futuro può avere?»

Ti potrebbe piacere anche

I più letti