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(Ansa)
Politica

Italia, Svezia, Finlandia, l'Europa vira a destra e nel 2024 si vota

Le ultime elezioni in diversi paesi europei hanno visto il successo dei partiti di destra o centrodestra e spesso anche la crescita dell'estrema destra. Così a un anno dalle elezioni europee quello che potrebbero portare alla nascita di un'Europa diversa

«L’Italia vira a destra e lontano dal centro di potere dell’Ue» titolava il Financial Times all’esito del voto in Italia che lo scorso settembre hanno incoronato Giorgia Meloni presidente del Consiglio e Fratelli d’Italia primo partito dello Stivale. In realtà, è un po’ tutta l’Europa a spostarsi a destra oggigiorno. Ultima in ordine di apparizione la Finlandia, che detronizza la socialdemocratica Sanna Marin e incorona il candidato del Kok, Petteri Orpo, ministro delle Finanze tra il 2016 e il 2019 e uomo di centrodestra. A fianco del quale, si va appunto costruendo un emiciclo a forte trazione della destra radicale, quella del Partito dei finlandesi guidato da Rikka Purra.

È già così in Svezia, dove l’esecutivo guidato dal leader del Partito Moderato, Ulf Kristersson, ha sì escluso l’estrema destra dei Democratici svedesi di Jimmie Åkesson dalla guida del Paese, ma il loro appoggio esterno influenzerà non poco la linea operativa del governo: dopo l’exploit di ottobre scorso, infatti, è la seconda forza parlamentare nonostante affondi le radici nei movimenti neo-nazisti.

Ed è così anche in Polonia, dove il 52% dei polacchi ritiene già oggi che il partito di governo Diritto e Giustizia (PiS, Ecr) – espressione di una destra d’ispirazione conservatrice clericale, nazionalista e illiberale – sia destinato a vincere ancora alle elezioni di novembre (solo il 26,8% degli intervistati ha dichiarato di credere nella vittoria della Coalizione civica europeista Ko, Ppe).

Anche in Austria, il partito di centrodestra Övp, dopo i grandi risultati ottenuti a gennaio nella Bassa Austria, punta in alto: intende coalizzarsi a livello nazionale con l’Fpö, partito di estrema destra, nel tentativo di dare vita a un governo di destra nel più grande Stato del Paese, preparando così il terreno per le prossime elezioni del 2024.

Piace ai conservatori anche il generale in pensione ed ex capo del comitato militare della Nato, Petr Pavel. Neopresidente della Repubblica Ceca - dove però il potere del presidente è molto limitato - il suo peso crescente prefigura un incremento dei partiti di destra. Pavel è un indipendente, ma le sue simpatie non sono certo a sinistra, anche considerato che il suo avversario Babiš appartiene al partito erede dei comunisti cecoslovacchi.

Inutile dire dell’Ungheria, ormai un Paese solidamente schierato con il suo leader Viktor Orban e il suo partito Fidesz: nonostante Bruxelles abbia più volte definito il sistema politico ungherese «un’autocrazia elettorale» e una «minaccia sistemica» ai valori fondanti dell’Unione europea, gli ungheresi sono sempre più al suo fianco.

E che dire dell’Olanda di Mark Rutte, dove il partito BBB (Movimento contadino-cittadino) ha cavalcato le proteste contro le politiche green dell’Ue e si avvia nelle ultime tornate elettorali a conquistare più seggi al Senato rispetto allo stesso partito liberal-conservatore del primo ministro Rutte. Con un occhio alla destra populista, euroscettica e anti-Islam, l’Olanda del Movimento contadino-cittadino è la miglior dimostrazione di come le destre governiste e conservatrici oggi in Europa gareggino non più con le sinistre socialiste o con i socialdemocratici, ma semmai con le stesse destre radicali. Ovvero la partita è tra un centrodestra moderato e le ali più estreme.

Non metteremo qui nel calderone i conservatori del Regno Unito attualmente al governo, perché l’Inghilterra come noto fa sempre un po’ storia a sé. Ma è innegabile che se Londra è fuori dall’Ue la colpa (o il merito) va cercato sempre a destra, fucina di tutti i populismi dell’ultimo decennio.

Così, l’identikit della nuova destra europea col vento in poppa appare piuttosto chiaro: euroscettica, tiepida verso i progetti «green» dell’Ue, fortemente legata alle politiche agricole, alla lotta all’immigrazione clandestina, alla supremazia del diritto nazionale su quello comunitario, alla difesa della famiglia tradizionale, contro l’aborto e i matrimoni Lgbt+.

Unico tema divisivo a destra oggi è la posizione da tenere nei confronti della Russia e della guerra in Ucraina: divisioni dettate però soprattutto dai rapporti diretti e personali dei leader, e dagli interessi che essi esprimono, non meno che dalle strategie energetiche e di export che ciascun Paese ha ereditato dal mondo ex sovietico.

Ciò detto, la mappa dell’Europa odierna è sempre più «blu», il colore che convenzionalmente è associato alle destre europee in contrapposizione al rosso delle sinistre (in America, invece, è il contrario: blu democratici e rosso conservatori). Ma, di là dalle cromie e dai daltonismi, è il colore «nero» a preoccupare i politologi. Già, perché se in Italia Fdi si è rivelato molto più moderato delle premesse, anche rispetto a un passato identitario nella destra più radicale, altrove non è così.

Più in generale, però, se il clima politico che si registra da tempo in tutta Europa tende senza dubbio a destra, non è colpa delle ideologie. Semmai c’è lo zampino: della crisi finanziaria e dell’austerità che ne è seguita; delle ondate migratorie incontrollate che sono seguite al collasso di Libia e Siria; della pandemia, che ha posizionato populisti e sovranisti su posizioni ancor più estremiste/complottiste. Ed ecco che in poco più di quindi anni molti partiti - come l’AfD in Germania, il National Rally in Francia, lo UKIP in Inghilterra, Fratelli d’Italia da noi, per dire solo dei maggiori Paesi che guidano l’Unione – hanno trovato lo spazio trascurato dalle sinistre, e hanno iniziato a vincere le elezioni e ad assumere incarichi di governo.

Al popolo della sinistra, i totem dell’assistenzialismo, dell’inclusività e dei diritti per tutti non bastano più, ma i partiti «rossi» hanno continuato a puntare su temi che richiedono tempi troppo lunghi di attuazione, oltre all’aumento delle tasse per i ricchi e poco altro d’incisivo. Questo ha decretato un progressivo inaridimento dell’offerta politica a sinistra. In tempi in cui in Europa ci sono circa 26 milioni di disoccupati, giovani in testa, e perdurano i residui delle crisi finanziarie che si ripetono ciclicamente (e che hanno sancito un diminuito benessere per tutti), ecco che la paura del futuro è diventa la protagonista e il collante. Ed è in questo spazio che le destre hanno proliferato, rappresentando una novità anche quando tale non è.

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Luciano Tirinnanzi