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Il centrosinistra ed il Pd collassano dei difetti e negli errori di sempre

Letta apre al congresso, senza ricandidarsi. A chi sarà dopo di lui l'arduo compito di ricostruire un partito molto complesso ed una coalizione che dovrà decidere se guardare al centro o al M5S

Sguardi bassi, coltelli che cominciano a volare, accuse reciproche. Il giorno dopo il voto il centrosinistra si sveglia più a pezzi di quanto dica lo stesso risultato delle urne. Perché a sentire le dichiarazioni dei vari segretari se l’oggi è grigio il domani è a dir poco nero. Soprattutto per il Partito Democratico.

Letta in conferenza stampa ha annunciato che farà da traghettatore fino al prossimo congresso (che di fatto era già cominciato durante la campagna elettorale), una sorta di dimissioni mascherate. Sulle ragioni della sconfitta, sarà per la stanchezza o perché ormai si sente più a Parigi che a Roma, Letta si è lasciato andare senza volerlo ad un’ammissione tanto candida quanto vera e profonda: «Il fatto che, in qualche modo, siamo stati al governo in questi tutti gli ultimi 10 anni non ha premiato…». Finalmente quindi anche il Pd ha ammesso che quei giochini e giochetti di palazzo che lo hanno portato, pur senza vincere le elezioni, ad essere sempre al governo o comunque al centro del potere non sia proprio una cosa di cui andare fieri. E gli elettori gliel’hanno ricordato per bene.

Insomma, il Nazareno è da rifondare, da cima a fondo, come tutta la coalizione. E qui cominciano i guai. Letta ha rimarcato oggi la scelta della mancata alleanza con il M5S ma è chiaro a tutti che la domanda si riproporrà tra breve. Perché queste elezioni (e anche le prossime dato che il centrodestra di sicuro non cambierà una legge elettorale che sembra fatta apposta per loro) hanno dimostrato che il Nazareno deve allearsi con qualcuno per provare a vincere. E qui il primo bivio. Il campo largo con tutti dentro è impossibile. Oggi Calenda ha sparato ancora a zero contro i grillini quindi: da che parte guarderà il Pd? Verso il centro o verso i 5 stelle?. La prima opzione sembra quella politicamente più vicina alla frangia progressista del partito, ma i voti del centro sono la metà di quelli dei pentastellati e si profilerebbe una nuova sconfitta elettorale lasciando per di più tutto il mondo di sinistra nelle mani di Grillo e Conte. Dall’altra parte un’alleanza con i grillini sarebbe molto complessa perché Conte partirebbe di sicuro da una posizione di uguaglianza, se non di forza. E quindi il Pd si troverebbe costretto a digerire cose come il si al Reddito di Cittadinanza (l’unica ragione della valanga di voti al sud), il no ai rigassificatori ed ai termovalorizzatori ed il no alle armi all’Ucraina, tanto per fare degli esempi.

Posizione complicata, difficilissima da gestire, come difficile è capire chi potrebbe essere il nuovo segretario. Favorito dalle chiacchiere nei palazzi della politica sembra essere Stefano Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna, di sicuro uomo più di carattere e lotta rispetto a Letta. Altri invece vorrebbero la sua vice, Elly Schlein, giovane e donna. Il tutto tra correnti storiche che negli ultimi due decenni hanno bruciato Weltroni, Franceschini, Renzi, Bersani, Martina, Epifani, Zingaretti ed oggi Letta.

Una lista di big impressionante che da sola dimostra come il Pd abbia un malessere interno «strutturale» che un solo nome non riuscirebbe a curare e guarire. Aggiungete poi che i voti raccolti ad esempio nei quartieri bene di Milano raccontano di un partito sempre più vicino all’elite piuttosto che agli operai ed alle periferie.

Dove vuole andare il Pd? Soprattutto, cos’è il Pd oggi e cosa sarà domani? La risposta non prima del congresso di marzo 2023.

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