Bonino e Pannella: c'eravamo tanto amati

Dalle battaglie per il divorzio ai letti separati sotto lo stesso tetto: la storia del più antico e inossidabile dei sodalizi politici del dopoguerra

Paolo Papi

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Correva l'anno 1975. Il Centro per l’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto aveva appena aperto in Italia alcune cliniche clandestine che aiutavano ad abortire gratuitamente, attraverso il metodo Karman, le donne gravide che non avevano di che pagare, sotto banco, i cucchiai d’oro né potevano permettersi di pagarsi l'operazione a Lugano e Londra. Allora, un anno prima che i radicali decidessero di presentarsi alle elezioni, sconvolgendo il panorama politico che aveva resistito per tutto il dopoguerra, la 28nne Emma Bonino, militante radicale che era stata presentata a Marco Pannella dalla storica dirigente Adele Faccio, si autoconsegnò alle autorità per procurato aborto, dopo un periodo di clandestinità, vedendo aprire dietro di sé le porte del carcere.

Un anno dopo, con Pannella,  Mellini ed Adele Faccio, Emma era in parlamento. Guidava un piccolo e battagliero partito dei diritti civili sorto negli anni 60 da una scissione da sinistra del Partito liberale che i sindacalisti e i comunisti dell'epoca consideravano come un intralcio al compromesso storico berlingueriano, come un inganno borghese ai danni delle stesse rivendicazioni salariali della classe operaia. Pur avendo scelto di sedere all'estrema sinistra dell'emiciclo, i radicali - che lanciarono  i primi rivoluzionari microfoni aperti, in un panorama informativo ancora egemonizzato dalla paludata informazione pubblica - divennero per i dirigenti comunisti e democristiani, canaglie, maiali, matti, ammazzomogli, traditori, infami, secondo l'infinita lista di insulti che Emma e Marco si meritarono mentre sedevano alla Camera negli anni 70 e 80. Giancarlo Pajetta, nei giorni del voto sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Toni Negri, il leader dell'Autonomia che i radicali vollero in parlamento in nome di un autentico garantismo, giunse persino a sputare in faccia al leader radicale, elogiando poi di fronte a un nugolo di increduli cronisti parlamentari il carattere pedagogico e comunista dello sputo nei confronti di un «nemico del popolo» come Marco Pannella.

Giancarlo Pajetta, nei giorni del voto sull'autorizzazione a procedere nei confronti di Toni Negri, giunse persino a sputare in faccia al leader radicale, elogiando poi di fronte a un nugolo di increduli cronisti parlamentari il carattere comunista dello sputo nei confronti di un «nemico del popolo»
Pannella contro Emma Bonino: i motivi dello scontro


Nacque allora in un'altra Italia, più bigotta e clericale ma anche attraversata dai primi vagiti terroristici, quello che  - per quasi quarant'anni - è stato considerato il più antico e nobile sodalizio politico e umano della storia repubblicana. Un sodalizio apparso apparentemente inossidabile, cementato dal rispetto e da mille battaglie comuni, quasi che il diritto al divorzio che i radicali avevano contribuito a difendere dalle tentazioni abrogazioniste della Chiesa e dai tatticismi difensivi del Pci riguardasse tutti gli italiani, ma non loro, la più antica coppia di fatto della storia politica del nostro Paese. Una coppia, pensavamo,  che aveva imparato a convivere nella buona e nella cattiva sorte, nonostante la differenza di stile, le carriere e i percorsi di vita così diversi, le frequentazioni sempre più sporadiche.

Le cose non stavano esattamente così e i militanti radicali lo sapevano bene, almeno da quel 2 novembre 2014 quando il ministro degli Esteri Emma Bonino, nella sua ultratrentennale militanza radicale, aveva per la prima volta disertato il congresso annuale del movimento di Torre Argentina. Un affronto che  Pannella anche allora trangugiò a fatica, preferendo però per una volta - e chi conosce Pannella sa quanto gli sia difficile mordersi la lingua - di non vomitarle addosso, come è avvenuto qualche giorno fa, tutta la sua delusione, il suo malcelato astio, il suo fastidio per una donna che, ormai da anni, alla militanza radicale dura e pura, aveva preferito il profilo istituzionale, l'impegno politico in quello che Pannella ha definito con dolore il «jet set internazionale», la distanza simbolica dal mondo che l'aveva sostenuta in tutta la sua carriera politica, fino a candidarla Colle alle fine degli anni 90. 

In realtà quella «diserzione» che il padre-padrone del radicalismo italiano considerò come la prova del nove del definitivo allontanamento di Emma dal mondo radicale non era nient'altro che un dissidio politico, basato su una diversa lettura  di quello che era necessario fare per portare avanti le vecchie e nuove battaglie radicali. Marco, con il suo stile eretico e logorroico, che aveva finito per allontanare negli anni centinaia di migliaia di potenziali simpatizzanti; Emma, dentro le istituzioni comunitarie, come Commissario europeo negli anni del governo Berlusconi, fino alla nomina alla Farnesina sotto il governo Letta. Quando Matteo Renzi, in nome di una vacua discontinuità, scelse di silurarla e assegnare l'incarico alla Farsesina a una donna più mansueta (e, aggiungono i maligni, addomesticabile) come Federica Mogherini, Emma evitò polemiche a mezzo stampa, confessando solo di aver bisogno di «stare da sola, per riflettere». Anche quel silenzio - quel rifiuto di combattere e innalzare barricate - non è andato giù al vecchio leader radicale, rimasto fedele e coerente alla sua antica idea di come debbano essere combattute le battaglie politiche.

Con la rottura di questo sodalizio se ne va anche un pezzo di storia italiana, l'unico elemento del puzzle politico del dopoguerra che sembrava essere sopravvissuto alla fine della prima Repubblica, al ventennio berlusconiano, al nuovo corso della sinistra rottamata di Matteo Renzi. Il «cannibalismo» di Pannella nei confronti di tutti coloro che - nei decenni -  hanno rischiato di fargli ombra nel partito, o che non ne condividevano fino in fondo tutte le battaglie, era cosa nota. E alla fine ha travolto anche la donna con cui ha condiviso i momenti migliori della storia del radicalismo italiano.

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