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«Astensionismo, un mix di delusione e rabbia»

Per il politologo siciliano Francesco Raniolo «la dimensione degli elettori che hanno disertato le urne (37%) costituisce un dato critico per la qualità della nostra democrazia».

È stato anche in questo voto il primo partito del paese, mai così forte, mai così numeroso. Stiamo parlando di quelli che non sono andati a votare, il 36% degli italiani. Una cifra record per le elezioni politiche nazionali a cui la politica tocca trovare risposte.

Alle domande di Panorama.it, Francesco Raniolo -tra l’altro docente di “Politica e comunicazione” nel Corso di laurea in Media e società digitale presso l’Università della Calabria- sostiene che «la crescita dell’insicurezza, mista al risentimento, ha avuto un effetto dirompente che ha spiazzato la risposta politica: cioè i partiti dopo la loro esperienza di governo non sono stati in grado di tamponare le falle aperte da due anni e mezzo di crisi multiple».

Professore, soltanto 40 giorni addietro lei aveva definito l’astensionismo come “malessere della democrazia, una rottura del patto tra cittadini e politica”.

«Il problema in effetti esiste. Quelle di domenica sono state elezioni epocali nella storia repubblicana, verranno ricordate come quella della vittoria della destra, verosimilmente (fatte salve le prerogative del Presidente) della prima volta di una donna Primo Ministro, al governo e anche del buco nell’elettorato. Personalmente avevo sottovaluto il dato odierno, anche se anticipato da attendibili sondaggi dell’Istituto Cattaneo che lo valutava intorno al 35%, cifra ora spinta in avanti: 36,1%. Nella tornata del 2018 la cifra degli astenuti si era fermata al 27%, ma la circostanza interessante, in quella sede, non era stata l’astensionismo già elevato, quanto una insperata inversione di tendenza».

4 anni fa gli italiani avevano ripreso a recarsi alle urne?

«Nel 2018 l’astensionismo era cresciuto rispetto alle elezioni del 2013, seguendo un trend irresistibile, tuttavia l’intensità della crescita si era rallentata e addirittura in alcune aree dell’Italia, addirittura nel Mezzogiorno, la partecipazione elettorale aveva fatto registrare un sia pur timido aumento. Ciò si era verificato in Campania, Basilicata e Calabria -regioni tradizionalmente astensioniste. In tutte e tre le regioni si registrò un aumento della affluenza alle urne, anche se per pochi decimali. Rispettivamente: +1,6% in Basilicata, 0.3% in Campania e +0,5 in Calabria. Nel 2018 le differenze tra le diverse zone d’Italia rispetto alla partecipazione del 2013 vedeva il Sud in posizione migliore».

Invece, oggi la situazione è nuovamente rimbalzata all’indietro…

«Il quadro oggi si è ribaltato segnando notevoli criticità. Quei timidi segnali di civismo elettorale sono stati letteralmente spazzati via, e siamo ritornati a cifre astensionistiche che pongono il nostro Paese in una situazione di allarme. Nonostante si trattasse di elezioni politiche, cioè quelle tradizionalmente più “frequentate” dai cittadini, vista la valenza e la posta in gioco. Insomma, l’intensità dell’astensionismo ha fatto registrare una crescita di oltre 10 punti percentuali, la crescita più alta della storia d’Italia, con esiti abnormi che ci allontanano dalle democrazie del Nord Europa e continentali. Adesso, con una partecipazione elettorale del 63,9%, siamo nella zona dove si collocano le democrazie del Sud Europa e soprattutto dell’Est Europa, ma anche il Regno Unito e Fanalino di coda la Francia. Quella delle “democrazie degli insoddisfatti”».

Si tratta di un’intensità patologica, a questo punto…

«Direi abnorme. Questo balzo di 10 punti percentuali nella direzione del non-voto segnala inequivocabilmente un trend irresistibile che si può ridurre di intensità, ma difficilmente di direzione. Per lo meno in questo quadro politico. Inoltre, per tornare alla comparazione con il 2018, c’è da aggiungere che tutte le regioni del Mezzogiorno ritornano ad essere luoghi di forte astensionismo, abbandonando quel fenomeno di ripresa nella partecipazione al voto».

Il Sud ritorna ad arrancare, quanto a partecipazione politica.

«Per dirla con i numeri, in Calabria la regione fanalino di coda, l’affluenza alle urne riguarda ormai un elettore su due (esattamente il 50,8%, contro il 63,7% del 2018; in altre regioni la situazione è stata un po' migliore, in Campania e Sardegna (53%), Molise (56,5%), Puglia e Sicilia (57%) e in Basilicata (59%)».

Non c’è da stare allegri…

«Ci troviamo innanzi ad un astensionismo ampio e inatteso, che colpisce tutte le regioni del Mezzogiorno, salvando in parte quelle del Centro-Nord che vuoi per ragioni storiche (la maggiore partecipazione al voto fa parte della storia di queste aree del paese) vuoi forse per maggior appeal dei candidati, ancora riescono a contenere l’emorragia partecipativa, in Italia ormai abbastanza preoccupante. Domenica il dualismo Nord-Sud è ritornato ad essere un elemento caratterizzate la geografia politica del nostro Paese».

C’è altro?

«Accanto alla doppia velocità dell’affluenza alle urne risalta la territorializzazione del voto: con la Lega che si ridefinisce come partito del centro-nord e il M5S che si presenta come il protagonista assoluto del mercato elettorale meridionale. Ancora una volta con percentuali che in Campania e in Sicilia vanno ben oltre il 40%».

A questo punto occorre capire il perché di tali cifre piuttosto allarmanti.

«Le motivazioni alla base del balzo in avanti dell’astensionismo, in questa occasione, sono prettamente politiche, potremmo dire che si tratta di un astensionismo politico. Nel 2018, quando l’elettorato si era astenuto di meno o la crescita del non voto era rallentata, erano prevalse le aspettative di cambiamento consegnate magari alla protesta. In particolare, il risentimento era stato canalizzato dal Movimento 5Stelle al Sud e della Lega al Centro-Nord, che allora avanzava i primi timidi successi anche nelle regioni meridionali».

La protesta, insomma, aveva spinto gli elettori a recarsi alle urne?

«Precisamente a farlo con lievi percentuali maggiori, attraverso la c.d. territorializzazione della protesta, nel senso che i due predetti partiti avevano preso in carico il fenomeno dell’antipolitica fino ad allora dilagante in quelle due aree territoriali in cui, grazie al loro impegno, avrebbero raccolto i risultati più significativi. Infatti, ricorderemo ad esempio come quasi tutti i collegi uninominali del Mezzogiorno divennero appannaggio dei 5Stelle e che in alcune circoscrizioni, come in Campania, la cifra elettorale dei pentastellati superò il 50% dei voti validi».

Allora cosa si è verificato in questi ultimi 4 anni?

«Abbiamo assistito ad una crescita dell’insicurezza e delle ansie collettive, legate al sovrapporsi di crisi che si sono abbattute cumulandosi sulle nostre democrazie. Avevamo appena tentato di lasciarci alle spalle una terribile crisi economica (quella del 2008) ed ecco scoppiare la pandemia con i suoi effetti prima sanitari e poi economici.

Si è verificato un singolare fenomeno socio-politico nel biennio 2020-2022…

«Che ha generato come effetto politico l’arroccamento dell’elettorato attorno ai partiti di governo. Da qui anche l’elevato appeal del governo Conti e di quello di Draghi. Se ricordiamo, infatti, le elezioni tenutesi in quel biennio, il Pd e i partiti moderati avevano fatto registrare ancora un buon successo, a scapito dei partiti di protesta, segno di una ricerca di tranquillità per lo scenario politico nazionale».

Poi la Russia ha invaso l’Ucraina…

«E gli effetti sociali, dopo quelli politico-militari, sono ritornati a galoppare. La crisi economica in corso, con il suo effetto recessivo, ha rallentato ogni possibile ripresa. Solo negli ultimi mesi, in realtà, abbiamo iniziato a vivere sulla nostra pelle come quel conflitto abbia generato un aumento del costo delle materie prime, con le bollette energetiche schizzate a livelli mai visti. Da cui, l’inflazione alle stelle e conseguente contrazione dei consumi».

Insomma, due grandi crisi a monte dell’astensionismo galoppate?

«Esattamente. La crescita dell’insicurezza, mista al risentimento, hanno cominciato a non essere più gestite dalla risposta politica corrente: cioè i partiti al governo non sono stati in grado di tamponare le falle aperte da queste congiunture internazionali, sociali e politiche. In più la crisi del governo Draghi è giunta sicuramente nel momento meno opportuno, nel senso che ha fatto venire meno la certezza di poter contare su una guida fidata e competente riconosciuta a livello internazionale, ma che comunque non era passata dal vaglio elettorale».

Lei è convinto che la crisi del governo Draghi possa aver fatto balzare la cifra dell’astensionismo?

«Il fallimento del governo Draghi è stato percepito dall’opinione pubblica (cioè dagli elettori…) come una ritirata della politica, incapace di risolvere i problemi collettivi. Tutt’al più a favore delle logiche partigiane e della sopravvivenza di pezzi del ceto politico: da qui la disillusione e la rabbia seguite dalla scelta di un ulteriore 10% dei cittadini di non recarsi alle urne».

A proposito di quest’ultimo concetto…

«Lo abbiamo colto nella pratica. Sino ad agosto, i partiti erano impegnati a risolvere questioni spicciole, di “bottega”: collegi, candidati, blindature. Cioè una campagna elettorale più incentrata sull’offerta che sulla domanda politica, con l’assenza di temi rilevanti, primo tra tutti la sanità, ma anche lo sviluppo e il Mezzogiorno. Temi in gran parte drogati dalla retorica del PNRR. Vi ricordate, solo qualche giorno fa, la ciliegina sulla torta rappresentata dall’abolizione del tetto per i compensi dei super manager pubblici: una scelta del tutto inopportuna e foriera di ulteriori conseguenze irritazioni dell’elettorato».

Lo scenario estivo in cui si è svolta la campagna elettorale è stato deprimente, diciamolo pure…

«Deludente, direi più precisamente. Alcuni sondaggi del CISE della Luiss (Centro Italiano studi elettorali, nda) che hanno accompagnato il voto, hanno evidenziato che molti degli elettori fuoriusciti da Lega e dai 5Stelle, quando non sono confluiti in Fratelli d’Italia, hanno preferito rifugiarsi nell’astensionismo c.d. “di protesta”, caratterizzato dalla sfiducia e dall’aperta ostilità verso la sfera della politica. Insomma, un non voto di rifiuto e di contestazione».

Questa è una notizia, professore!

«Si tratta di un dato molto interessante, da verificare con ulteriori ricerche sul campo (si veda proprio il sito del CISE). Sembrerebbe, infatti, che questo genere di astensionismo abbia pescato molto nei bacini elettorali di protesta che avevano, precedentemente, alimentato il voto alla Lega e al Movimento 5Stelle. Mentre contenuto è stato l’impatto, dell’astensionismo, sul voto di Partito democratico e di Forza Italia, e quasi nullo sul voto di Fratelli d’Italia che raccoglie sostanzialmente scontenti di Forza Italia, Lega e anche dei 5 Stelle».

Scenario politico complesso, diremmo.

«Il voto, come l’astensionismo, rappresentano processi articolati e di non facile lettura, legati alle condizioni ora sociali ora politiche degli stessi elettori. Oggi ho l’impressione che nel caso specifico, cioè nelle elezioni di ieri, siano prevalse valutazioni politiche, ovvero strettamente legate alla particolare congiuntura che stiamo vivendo da ben due anni e mezzo (effetti recessivi da pandemia e crisi economico-bellica). O meglio l’esito del voto riflette una non adeguato incontro tra domande degli elettori e offerte della classe politica, in gran parte penalizzata senza appello salvo il caso di FdI e del M5S nel Sud».

Comunque si è trattato di elezioni da svolta epocale.

«Direi un vero spartiacque della storia repubblicana, innanzitutto per l’esito che ci ha consegnato Fratelli d’Italia, ovvero un partito di estrema destra che per la prima volta diventa il primo nel Paese, candidandosi ovviamente alla guida del governo, per la prima volta con una donna (Giorgia Meloni). In proposito il quadro è ben diverso da quanto accadde nel 1994 con Alleanza nazionale, il cui successo venne imbrigliato all’interno di una colazione guidata dal moderati di Forza Italia».

Ora, invece, il partito della Meloni ha assunto i caratteri della leadership.

«Arrivando a toccare una percentuale del 26,5%, cifra del tutto ragguardevole se solo pensiamo a quanto “pesava” il partito nel 2013 (2,0% ) e 2018 4,3%). Inoltre, potrebbe costituire la terza riconfigurazione del sistema partitico nazionale, dopo la stagione del 1994-2001 e del 2013-2018. Anche questa stabile instabilità è un’anomalia nel panorama delle democrazie occidentali mature».

Come è stata possibile questa crescita esponenziale?

«Innanzi tutto, in negativo Fratelli d’Italia ha beneficiato della difficoltà e stanchezza dello stare al governo in tempi di crisi nei quali si distribuiscono costi più che benefici. Per altro, l’essere stato l’unico partito “puro” di opposizione gli ha consentito di salvaguardare un’aura di affidabilità per il futuro (“Li abbiamo provati tutti che può fare…”). Ciò per altro ha spinto la Meloni, dal 2018 e anche prima, ad una costante radicalizzazione che l’ha spinta sempre più sull’estrema destra».

Ciò serviva a rafforzare l’identità e a consolidare bacini elettorali di nicchia:

«Che provenivano dal rapporto con i movimenti di estrema destra in Italia (Casa Pound) o con la destra europea (da Vox in Spagna al Fronte nazionale in Francia). Tutto ciò porta al dilemma “responsabilità vs. testimonianza” che è stato centrale anche durante la campagna elettorale, con la strategia della Meloni di apparire ed essere affidabile rispetto ai vincoli istituzionali e politici interni e internazionali».

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Francesco Raniolo è ordinario di Scienza politica e Politica comparata nel Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università della Calabria, di cui è stato anche direttore sino allo scorso anno. Vanta un’ampia competenza in materia di partiti politici e partecipazione politica che lo ha portato a sondare la lunga parabola della partitocrazia italiana. Già nel saggio dall’emblematico titolo “La partecipazione politica” (Il Mulino, 2007), Raniolo sosteneva il paradosso di democrazie che mentre si estendono di numero perdono di intensità rispetto all’attaccamento dei cittadini. Nei lavori più recenti poi (per es. “Disuguaglianza e Democrazia”, scritto con Leonardo Morlino per Mondadori) il declino della partecipazione diventa, insieme al voto di protesta, un dato costante delle nostre democrazie, definite “polarizzate”.

Panorama.it Egidio Lorito, 26/09/2022

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