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(Ansa)
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Politica

Crescono le tre anime della Lega. Sarà il Nord a decidere quale prevarrà

Giorgetti, Salvini ed i Governatori. Mentre Bossi torna a ruggire. Quella che si sta giocando è una fase complicata per un partito in crisi di consensi

A volte i movimenti più importanti della politica non si vedono, si muovono come un fiume carsico per poi erompere con violenza in superficie. Nella Lega degli ultimi mesi questo fiume di sfiducia e malcontento scorre sempre più forte e rischia presto di manifestarsi con una messa in questione della leadership di Salvini.

Dal 2019, quando il leader leghista fece cadere il governo Conte 1 senza riuscire ad ottenere le elezioni, il partito ha perso costantemente voti. Le elezioni politiche di settembre hanno certificato la caduta verticale e la trasformazione della Lega da partito traino del centrodestra ad alleato subalterno di Fratelli d’Italia. Ancor peggio, quelle elezioni hanno segnato un sorpasso proprio al nord, nei territori storici della Lega, da parte del partito di Giorgia Meloni. È come se il filo del Carroccio con i ceti produttivi si fosse spezzato e il settentrione si sia affidato a Fratelli d’Italia, una forza di destra ma anche centralista e nazionalista, molto diversa dalla vecchia Lega. Meloni ha ricompensato la fedeltà dei leghisti attribuendo molti ministeri importanti al partito di Salvini, ma questo non è servito né a far risalire il consenso né a placare le divisioni interne. Anzi per certi aspetti qualunque scontento verso il governo, sia nella composizione che nelle politiche, viene utilizzato internamento contro Salvini.

Oramai i malumori dei dirigenti leghisti si registrano ogni giorno, nelle regioni del nord si moltiplicano le iniziative per un ritorno del partito al federalismo, mentre al sud la Lega è di fatto sparita. Benché il segretario sia reputato intoccabile in un partito vecchio stile le crepe nella leadership di Salvini sono sempre più evidenti. Si rinviene oramai una Lega a tre anime.

Crescono le tre anime della Lega; da un lato, il ministro dell’Economia Giorgetti, interprete di una linea istituzionale, europeista e realista; nel mezzo i governatoti del nord, che spingono per l’autonomia e la riforma fiscale; e dall’altro Salvini con la sua ridotta di fedelissimi, focalizzato sull’immigrazione e su piccole misure economiche come quelle su pensioni e contante. I

l Ministro delle Infrastrutture è in difficoltà fuori dal governo, non riesci a farsi portatore di una prospettiva di sviluppo del paese, passare come rappresentante delle piccole partite iva e di qualche corporazione è troppo poco per reggere nei consensi. Molti militanti si aspettavano un ritorno al nordismo dopo le elezioni, ma il segretario li ha delusi ancora. L’antieuropeismo, su cui la Lega aveva investito tanto in passato, non è più una strada percorribile e politicamente fruttuosa così come fallita appare oramai l’esportazione del partito al meridione. Per non parlare della linea in politica estera filo-russa, oramai definitivamente sepolta dagli eventi storici.

Persino sulla fine delle politiche pandemiche Salvini è stato superato dalla Meloni, mentre i suoi governatori frenavano continuando a puntare sulla prudenza limitandone lo spazio di azione. In questo scenario stravolto in pochi anni, ha davvero senso una Lega nazionale? O forse, con uno Stato sempre più pesante, dirigistico, protezionista, avrebbe senso tornare ad una piattaforma che valorizzi autonomia e responsabilità dei territori, che tagli la spesa pubblica e che faccia politiche di sviluppo per le industrie? E magari che cerchi alleati nuovi in Europa diversi da Le Pen e destre estreme varie? Meglio una forza determinante del 10% con una identità chiara che un partito-ancella di Fratelli d’Italia ben sotto quella soglia.

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