Piazza Fontana, quarantacinque anni dopo
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Piazza Fontana, quarantacinque anni dopo
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Piazza Fontana, quarantacinque anni dopo

La strage che il 12 dicembre 1969 insanguinò Milano fu uno spartiacque della storia italiana: i ricordi di Fofi, Scaramucci e Veneziani

Piazza Fontana: la perdita dell'innocenza

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Da quel 12 dicembre 1969, vero e proprio spartiacque della storia italiana, sono passati quarantacinque anni senza che siano mai stati condannati i veri colpevoli. Per molti giovani che avevano partecipato al '68 quella strage che diede il via alla coddetta strategia della tensione rappresentò, e rappresenta tuttora, la «perdita dell'innocenza»: la consapevolezza cioé  che, nei passaggi chiave della nostra storia, possono entrare in campo pezzi deviati dello Stato  che lavorano in modo occulto e violento contro lo stesso Stato (democratico) e le rivendicazioni dei movimenti sociali.  La stessa  genesi e la tragica storia del terrorismo rosso degli anni 70 sono, almeno in parte, figli di quella strage. O meglio, di quella lettura politica dell'eccidio di  Piazza Fontana  che i giovani engagé di allora ribattezzarono, forse con un eccesso semplificatorio ma con esatta consapevolezza delle forze occulte annidate nei gangli vitali delle nostre istituzioni, come la  «strage di Stato». Cui ne sarebbero seguite altre negli anni a venire, altrettanto inquietanti, come a Piazza della Loggia a Brescia, nel 1974, durante un raduno sindacale, o alla stazione di Bologna, nel 1980. Il fatto che siano rimaste tutte impunite, e che vi fossero coinvolti pezzi deviati del sottobosco dei servizi segreti e ambienti neofascisti come emerse nei processi, non fece altro che confermare quella convinzione originaria. In occasione dell'uscita del film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage, Panorama.it aveva ascoltato le opinioni di Piero Scaramucci, ex direttore di Radiopopolare, Marcello Veneziani, giornalista de Il Giornale allora impegnato a destra, nelle fila del Msi, e Goffredo Fofi, intellettuale e storico critico cinematografico di Panorama. Tre intellettuali che, allora su posizioni politiche diverse, si ritrovano oggi d'accordo: quello sparso allora fu sangue di Stato

Piero Scaramucci: una strage contro le lotte sociali

Piero Scaramucci Gruppo Fiesole

Quella strage è stato un terribile momento di verità per tutti noi e ha dissestato la democrazia in Italia assestandogli un colpo ferale. Scoprimmo che all'interno dello Stato c'era un fronte parallelo che rispondeva manu militari alle lotte sociali e operaie del tempo. Fu poi subito chiaro che le indagini -  con il vero e proprio sequestro dell'indagine al giudice Paolini e all'immotivato trasferimento del processo a Roma - venivano accompagnate da depistaggi e calunnie. Come se lo stato non avesse interesse a scoprire la verità. Sei mesi dopo la strage uscì il libro La Strage di Stato, una vera e propria controinchiesta di giornalisti come Camilla Cederna, Corrado Stajano e Giorgio Bocca che semplicemente misero assieme i fatti e ci svelarono la mole di menzogne che accompagnavano le indagini. Il fatto che oggi siano in corso tentativi revisionisti per riscrivere quella storia mi fa ancora impressione. Anche perché quel 12 dicembre 1969 non fu un complotto di qualche piccola frangia e parallela, come il golpe De Lorenzo. 

* Ex direttore di Radiopopolare, animatore del gruppo Fiesole dei giornalisti democratici

Marcello Veneziani: Una strage di Stato ma a destra non lo capimmo subito

Il giornalista marcello Veneziani Marcelloveneziani.it

A noi di ragazzi di destra quella strage sembrò subito la prosecuzione logica e cruenta della contestazione marxista e leninista che era esplosa nel 1968. Avevo 14 anni e subito decisi di iscrivermi al Msi, all'insegna dell'impegno civile. Fu quella la molla per fare quella che sarebbe rimasta l'unica esprienza politica della mia vita.  Poi, con il passare del tempo, ho cominciato a dare una lettura diversa. Quella strage non era, come pensammo a caldo, il risultato del massimalismo di sinistra, ma la riprova che c'era un doppio Stato che utilizzava manovalanza di destra e di sinistra a seconda delle occasioni per criminalizzare tutti quelli che volevano cambiare il Paese. Cominciai  a perdere la fiducia nella lealtà delle istituzioni. La commistione tra servizi segreti, responsabilità ed estremismo mi appare abbastanza evidente ancora oggi a quasi quarant'anni di distanza. 

* Editorialista de Il Giornale, allora imoegnato nei gruppi della destra radicale

Goffredo Fofi: Il potere mostrò il suo volto

Goffredo Fofi Facebook

Quella strage rivelò a tutti noi il vero volto dello Stato, del potere, della borghesia quando si sentono minacciati. Quella strage  è e rimane   il male nella sua accezione contingente e storica. La dimostrazione nei fatti che c'era e continua a esserci un potere occulto che si nasconde ed è disposto a tutto, godendo di protezioni a tutti i livelli. Per la mia generazione fu un'illuminazione: la prova che quello che noi giovani dell'epoca pensavamo - cioé che lo Stato aveva una struttura parallela e antidemocratica - era corretto. Se la penso ancora così? Certo, il potere, anche se cambia volto e modi, è quella roba lì. E quando è necessario ricorrere alle maniere forti  per autoconservarsi vi ricorre

* Critico cinematografico e intellettuale animatore del gruppo 63

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