L'ora di un Presidente moderno e liberale
ANSA/ANGELO CARCONI
L'ora di un Presidente moderno e liberale
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L'ora di un Presidente moderno e liberale

Perché è bene che al Quirinale salga un presidente in grado di guardare avanti senza avere paura di voltarsi indietro

Questa copertina di Panorama è insieme un inno e un urlo.

Tasse_rubano_risparmiLa copertina di Panorama in edicola il 22 Gennaio

È un inno e una rivendicazione alla libertà complessiva dell’individuo, che passa necessariamente attraverso la libertà economica e il rispetto della proprietà acquisita con il lavoro. Il ruolo di un giornale autenticamente liberale, in un Paese ridotto a essere guidato da uomini non eletti, ma cooptati dal «grande reggitore», non può che essere quello di tenere viva la fiamma del liberalismo come prodotto culturale e filosofico.

Perché il liberalismo - e siamo all’urlo - non è la scienza degli oppressori e dei padroni per soggiogare il proletariato, i lavoratori o i poveri: è un ordine economico dove tutti possono essere mantenuti doviziosamente da se stessi (e non «da tutti gli altri», come nello Stato sociale) e dove il libero mercato deve fare paura più ai ricchi monopolisti e ai furbi, che ne verranno ridimensionati, che ai poveri, che ne verranno arricchiti. Per questo la rapina fiscale - perché di questo si tratta - che denunciamo in copertina non è un «male necessario», ma piuttosto l’anticamera di una ribellione in quanto minaccia la dignità dell’uomo e del suo lavoro.

Proprio alla luce di queste considerazioni l’appuntamento con l’elezione del presidente della Repubblica acquista un valore ancora maggiore rispetto alla sacralità della carica sancita dalla Costituzione. Il capo dello Stato che deve sfidare e governare le grandi contraddizioni dell’Italia del XXI secolo dovrà necessariamente essere una persona «moderna» e liberale; certamente non estranea dal contesto storico, ma sicuramente non asincrona rispetto ai tempi che viviamo.

Il ruolo stesso che ricade oggi sul presidente pretende una personalità finalmente figlia di una generazione sganciata da quella retorica che ha contribuito a creare e dividere un popolo tra buoni e cattivi: il dogma della Resistenza, utilizzato strumentalmente per sbarrare il passo verso il Quirinale a chiunque fosse o subisse l’etichetta di essere «di destra» e non avesse soprattutto un legame biografico con quella porzione di storia (mi limiterò a citare in ordine cronologico Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano).

Oggi, per la prima volta, l’Italia può finalmente eleggere un presidente che anche soltanto per ragioni anagrafiche affidi quel tempo - com’è giusto che sia - alla memoria condivisa (e incancellabile, grazie anche alle tecnologie moderne) e al dibattitto degli storici per guardare avanti senza paura di voltarsi indietro. È questa la chiave necessaria del passaggio dalla seconda alla terza Repubblica, perché segna la definitiva maturità di un popolo. E, certo, lo sfarfallio di candidati in toga (cioè di ex magistrati o di personalità legate al potere giudiziario) non è il miglior viatico per guardare avanti. Perché anche lo strapotere dei giudici è un residuo della seconda Repubblica.

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