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Siria, l’Opac non ha più soldi per smantellare le armi chimiche

Lo rivela la Reuters in un documento dell’organizzazione dell’Aja. Inizia la corsa internazionale per rifinanziare l’operazione. In gara anche l’Italia

 

Lookout News

 

Se fossimo in un film dei Fratelli Marx o dei Monty Phyton rideremmo a crepapelle alla notizia rilanciata dalla Reuters circa i progressi nello smantellamento delle armi chimiche in Siria. Ma l’agenzia di stampa internazionale tratta unicamente la dura realtà e il sentimento più istintivo è probabilmente lo sconforto.

 

Già, perché l’OPCW (in italiano OPAC, Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), organismo cui è stato affidato il compito di supervisionare allo smantellamento dell’arsenale chimico accumulato negli anni dal regime di Damasco - motivo per cui ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace - si ritrova già senza più un soldo nelle casse per poter andare avanti.

 

In un documento di 25 pagine prodotto dall’organismo internazionale, infatti, si legge: “la valutazione del Segretariato è che le risorse esistenti per il personale sono sufficienti fino al mese di ottobre e novembre 2013”. Ad oggi, rende noto l’OPAC, sono già stati spesi circa 13,5 milioni dollari (10 milioni di euro) per le attività previste dal patto di settembre, raggiunto non senza tensioni tra USA e Russia.

 

 

Work in progress

 

 

Di positivo, in ogni caso, resta il fatto che i lavori per eliminare le armi chimiche dalla Siria sono a buon punto e di progressi ne sono stati fatti molti entro le tempistiche stabilite per novembre: le squadre hanno ispezionato 21 dei 23 siti di armi chimiche in tutto il Paese, ne mancano altri 2, irraggiungibili a causa del conflitto. Ma ispezionare non significa “eliminare”, anche se le attrezzature critiche non sarebbero più sotto il controllo del regime.

 

Il punto è dunque il budget, non più sufficiente a finanziare la missione oltre il mese di novembre: come riferisce Reuters, se non sarà trovato al più presto altro contante, la distruzione vera e propria degli stock di gas venefici s’interromperà e, conseguentemente, si sforerà come minimo la data prevista per la fine dei lavori (giugno 2014).

 

Certo, non sarebbe questa la prima volta: l’OPAC opera dal 1997 nel campo della distruzione di armi chimiche e raramente sono state rispettate le previsioni. Anche USA e Russia - i maggiori produttori di armi chimiche al mondo - sono in grave ritardo nello smantellamento dei propri arsenali. Con la differenza, però, che in questi due Paesi non è in corso una guerra civile.

 

A dire il vero, sin dall’inizio il presidente siriano Bashar Assad aveva stimato che il costo totale dell’operazione si sarebbe aggirato attorno al miliardo di dollari, ma la cifra è ritenuta tuttora sovrastimata (varia, ad esempio, a seconda di dove e come le armi chimiche verranno poi distrutte).

 

La corsa internazionale al finanziamento dei lavori

 

 

Così, adesso toccherà alla comunità internazionale trovare una soluzione. Il personale dell’OPAC non dovrebbe essere sostituito in corso d’opera e, mentre l’organizzazione fa sapere che il costo degli addetti ai lavori può essere ricavato dal bilancio ordinario delle casse dell’OPAC (in parole povere, gli stipendi ai dipendenti saranno garantiti), tuttavia il denaro necessario a completare la distruzione degli arsenali - il costo che incide maggiormente - dovrà essere reperito attraverso finanziamenti statali.

 

Finora, sono gli Stati Uniti il primo contributore al fondo OPAC per la missione in Siria, cui seguono Regno Unito, Canada, Germania, Paesi Bassi e Svizzera. Anche Italia e Paesi Bassi hanno fornito e forniranno parte del denaro necessario (si ritiene che vada a finanziare principalmente il trasporto aereo dei membri del team dell'OPAC in Siria), mentre gli altri Paesi europei e gli Stati Uniti hanno equipaggiato il team con mezzi blindati spediti dal Canada.

 

Regno Unito, Russia, Francia e Cina, dal canto loro, si sono già offerti di donare personale umano: esperti e tecnici che potrebbero aggiungersi agli uomini dell’OPAC. Ma resta il nodo di come far uscire dalla Siria e dove spedire poi i materiali chimici per la distruzione in sicurezza, lontano dalle zone di guerra.

 

Su questo tasto si gioca la partita più difficile: Albania, Belgio e un terzo Paese scandinavo (non precisato) si sono già detti disposti a ospitare gli impianti per bruciare o neutralizzare chimicamente i veleni. Ma Stati Uniti, Germania e Francia sono in forte competizione per intestarsi i contratti per la costruzione degli impianti ad hoc necessari.

 

Dunque, più di un Paese pare vedere nelle armi chimiche un grosso affare e una fonte di business da sfruttare. In fin dei conti, però, il vincitore resta pur sempre il presidente siriano Bashar Assad, il quale - una volta ammessa l’esistenza degli arsenali chimici - si trova ancora in sella al suo Paese e non dovrà spendere neanche un centesimo per smantellare una santabarbara, ormai scomoda da gestire anche per lo stesso regime. Considerato anche che l’intero budget dello Stato siriano non sarebbe mai stato in grado di coprire neanche un terzo dei costi necessari a sbarazzarsi delle armi. E intanto la Conferenza di Ginevra, prevista il 23 novembre, è stata rimandata per l’ennesima volta.

 

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