Onu: Europa divisa sul sì alla Palestina
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Onu: Europa divisa sul sì alla Palestina
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Onu: Europa divisa sul sì alla Palestina

Paesi europei in ordine sparso domani al Palazzo di Vetro. Sì o no al riconoscimento come "Stato non membro"?

La Francia, come al solito, ha rotto gli indugi e spezzato l’unità europea annunciando prima di tutti, per bocca del ministro degli Esteri Laurent Fabius, il suo “sì” al passaggio della Palestina dallo status di osservatore nell’Assemblea delle Nazioni Unite a quello di Stato non membro, primo passo verso il riconoscimento pieno. Il tema terrà occupato il Palazzo di Vetro a partire da domani.

E così l’Europa, ancora una volta, si presenta a un appuntamento cruciale di politica internazionale divisa, frammentata, scoordinata. E (cosa che colpisce ancora di più), nessuno se ne sorprende o adonta. Al “sì” della Francia, fondamentale perché è il “sì” di un membro permanente europeo del Consiglio di Sicurezza e neutralizza in questo modo il risultato minimo che la diplomazia di Israele si prefiggeva (una “maggioranza morale” dei Paesi che contano rispetto al quella numerica dell’Assemblea) si aggiunge il “sì” confermato ufficialmente oggi dalla Spagna. La Gran Bretagna da parte sua ha criticato l’Autorità nazionale palestinese di Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen) perché forzare l’upgrade all’Onu renderà ancora più difficile la ripresa del negoziato con Israele. Ma informalmente avrebbe concesso il suo “sì” a patto che l’Anp osservi tre condizioni. La prima è quella che vale di più anche per Israele: il riconoscimento non dovrà essere usato da Abu Mazen per ottenere l’ingresso ufficiale come Stato alla Corte penale internazionale dell’Aja.

Da anni, infatti, i palestinesi con il sostegno di tutti i Paesi “amici” premono per la messa sotto accusa di Tel Aviv per “crimini di guerra”. Il riferimento è alle operazioni mirate per eliminare i capi militari di Hamas e altri terroristi (targeted killing), ma anche per la costruzione del Muro, il bombardamento di Gaza e le azioni dei coloni. Allo stesso modo, seconda condizione, l’Anp dovrebbe per Londra restare fuori dalla Corte internazionale di giustizia. Terza (o prima, se si vuole): la ripresa immediata dei negoziati con Israele. Al momento, i palestinesi di Abu Mazen continuano a adottare la politica della “sedia vuota”. Quindi, “sì” francese e spagnolo. “Sì” condizionato (di fatto è più “no”) britannico. Astensione prevedibile da parte dei Paesi che più di tutti, in Europa, sono vicini a Israele con i fatti e non solo con le parole: Italia e Germania. Del resto, gli stessi palestinesi sono divisi tra di loro, mentre Israele si prepara a andare al voto politico in gennaio e prevedibilmente confermerà il premier Netanyahu.

L’Anp guidata da Al Fatah governa in Cisgiordania, Hamas nella Striscia di Gaza (a sua volta spaccata tra il filo-iraniano capo del movimento Ismail Haniyeh e il filo-sunnita leader espatriato, Khaled Meshaal). Haniyeh ha appoggiato la richiesta di Al Fatah all’ONU, dando un segnale di unità almeno sul punto del riconoscimento e avallando una manifestazione di piazza fra tutte le entità palestinesi a Gaza. Ma è paradossale che l’ONU promuova come Stato, seppure “non membro”, un’entità oggi scarsamente rappresentativa tra la sua stessa gente (le elezioni sono di fatto sospese), oltretutto separata da quell’altra entità (Gaza Strip) guidata da Hamas, organizzazione terroristica. Questo voto non serve alla pace, ma a restituire un po’ di credibilità e legittimità ad Abu Mazen.

Gli Stati Uniti, che vorrebbero col presidente Obama riannodare i fili del negoziato, non potranno usare il potere di veto (non previsto per i voti dell’Assemblea). Dovranno aspettare che passi anche questo momento non facile prima di ripensare seriamente (nel vuoto di iniziativa europea) come riportare al tavolo delle trattative israeliani e palestinesi.

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