Sochi 2014: le olimpiadi del terrorismo?
MIKHAIL MORDASOV/AFP/Getty Images
Sochi 2014: le olimpiadi del terrorismo?
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Sochi 2014: le olimpiadi del terrorismo?

Per impedire il ripetersi di un’altra Monaco ’72 le misure di sicurezza adottate dal Cremlino sono imponenti. Ma la determinazione del terrorismo islamista non si ferma a Sochi e vuole un atto simbolico

per Lookout News

Che sia “l’Occidente a voler screditare i nostri Giochi”, come riferisce il portavoce del presidente russo Vladimir Putin a pochi giorni dall’inaugurazione delle Olimpiadi invernali (7 febbraio), appare un’affermazione un po’ audace e in parte sproporzionata. Almeno, se confrontata con quei soggetti che vorrebbero davvero screditare - tanto per usare un eufemismo - il Cremlino, in occasione di Sochi 2014. Il terrorismo islamista, infatti, quello che cova sotto le ceneri delle guerre dimenticate nelle regioni caucasiche alle propaggini sudorientali della Federazione Russa, non è cosa da sottovalutare.

È certamente vero che le questioni dei diritti umani e sociali debbano essere alla base di ogni competizione sportiva degna di questo nome e, come dice ilCorSera, “l’attenzione sui Giochi olimpici russi è alta sulla stampa, soprattutto per due questioni: i grandi sprechi legati all’evento e la controversa legge russa sulla propaganda gay”. 

Ma non dobbiamo dimenticare né tenere bassa la guardia circa le minacce dei terroristi legati a Doku Umarov e al cosiddetto “Emirato del Caucaso”. Perché tali minacce non soltanto sono molto credibili, ma sono già parzialmente andate a segno: gli attentati suicidi di Volgograd e Makhachkala, dove i terroristi hanno colpito duramente tra dicembre e gennaio, sono il chiaro segnale che Sochi e la Russia sono nel mirino di alcuni gruppi di fuoco delle milizie islamiste riemerse in particolare a seguito delle due guerre cecene (1994-1996 e 1999-2009). 

- Le repubbliche ex sovietiche

Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan: sono gli Stati più o meno indipendenti dell’immenso spazio post-sovietico, alcuni dei quali non hanno però trovato un’identità e una collocazione stabili, a seguito del crollo del muro di Berlino. 

Ovviamente, in molte di queste regioni coesistono combinazioni di etnie, culture e religioni che faticano ad accettarsi reciprocamente o a sottostare al neo-imperialismo di Mosca. In particolare, sono le regioni caucasiche e le aree che vanno dalla Cecenia all’Inguscezia, dal Daghestan al Kabardino-Balkaria, a dimostrarsi le più inquiete. Con la fine dell’URSS, infatti, si è fin troppo radicata una cultura anti-russa e gli attacchi contro lo Stato sono purtroppo divenuti una normalità.

È anche così che cresce il terrorismo islamista, mai estirpato dalla pur volenterosa azione dei servizi di sicurezza del Cremlino, cui Vladimir Putin ha affidato il dossier della pacificazione. Eppure, l’FSB - ovvero il servizio di sicurezza erede del KGB sovietico - è un ufficio molto efficiente che lavora con incredibile dedizione alla materia. Ciò nonostante, è impossibile impedire il proliferare di quel sentimento di frustrazione e scoramento che spinge le nuove generazioni vissute tra povertà e corruzione a cercare risposte altrove. Capita allora che quell’altrove sia il conservatorismo religioso e che la risposta più facile divenga il travisamento dei concetti islamici che apparentemente colmano il vuoto di molte esistenze perdute. Le quali, nella speranza di ottenere redenzione, s’immolano lasciando a questo mondo un’eredità di sangue. 

- Chi sono i terroristi e come colpiscono? 

Le cosiddette “vedove nere” o “shahid ki” sono un esempio calzante per tentare di dare un volto al piccolo esercito di terroristi che agitano i sonni di Putin e della Russia: tra i pochi esempi di donne attive nella Jihad islamista (benché non le uniche né le prime), le vedove nere sono oggi le protagoniste più attive nell’intero panorama del terrorismo ceceno-islamista. Spesso, come nell’ultimo attentato di Volgograd, sono mogli, sorelle o figlie di uomini deceduti durante le guerre russo-cecene o per le conseguenze del terrorismo locale. Donne pronte al martirio per vendicare torti personali che ormai hanno sconfinato nella politica e nell’ingiustizia sociale, le cui tecniche per compiere gli attentati sono quasi inevitabilmente attacchi suicidi.

Negli ultimi tempi, a soffiare sul fuoco delle coscienze di questi kamikaze - donne o uomini che siano - è Doku Umarov, la primula rossa del terrorismo ceceno, tornato a rivendicare le terre sulle quali si disputeranno le XXII Olimpiadi Invernali, con frasi come: “Vogliono organizzare i Giochi sulle ossa dei nostri antenati… noi come mujahedeen non dobbiamo permettere che questo accada, in qualsiasi modo”. Inevitabile che il messaggio abbia una certa presa su chi ritiene che al sangue versato si debba rispondere con altro sangue.

Simili appelli, rilanciati su internet con il chiaro scopo di terrorizzare il mondo che si appresta a seguire le gare sulle rive del Mar Nero, sono da molto tempo al vaglio dell’FSB: il servizio segreto russo aveva previsto un crescendo di azioni dimostrative, anche in ragione del via vai da e verso la Siria di combattenti islamici di passaporto russo che, come rileva Sergei Smirnov, vice direttore dell’FSB, “torneranno, e questo fatto costituisce un’enorme minaccia per la Russia”.

- Quali sono i rischi reali a Sochi? 

Il Cremlino ha provveduto a creare un vero e proprio cordone sanitario intorno all’area dei Giochi, tale per cui non si entra né si esce dalla città olimpica senza un accurato controllo degli uomini della sicurezza né si può sperare che una cartolina con indirizzo Sochi giunga mai a destinazione, almeno fino alla fine delle Olimpiadi. 

Sono, infatti, 30mila le forze dell’ordine messe in campo da Putin, oltre a quasi 2mila uomini delle Protezione Civile (ma c’è da credere che il numero totale sia inesatto e superiore). In ogni caso, a monitorare lo spazio aereo ci saranno i satelliti, i droni e gli elicotteri militari, mentre la marina presidia da tempo le acque antistanti Sochi. Persino Barack Obama si è offerto di inviare proprie navi da guerra e strumentazioni per rilevare esplosivi, a sottolineare quanto i timori si facciano sempre più concreti ogni giorno che precede l’inizio dei Giochi.

Questo basterà forse a impedire il ripetersi di un’altra Monaco ’72, quando un commando di terroristi palestinesi - Settembre Nero - riuscì a sequestrare e uccidere la squadra olimpica israeliana (il bilancio finale fu di 17 morti, compresi i terroristi e un poliziotto tedesco). Ma se Sochi è ormai una fortezza quasi impenetrabile, compito ben più arduo sarà fermare la determinazione del terrorismo islamista, che potrebbe raggiungere la capitale Mosca o altre città meno presidiate dalle forze di sicurezza, colpendo non tanto nei luoghi ma piuttosto nel momento in cui l’attenzione del mondo sarà concentrata sulle rive del Mar Nero. 

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