Napolitano-Berlusconi, la tregua è finita
Napolitano-Berlusconi, la tregua è finita
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Napolitano-Berlusconi, la tregua è finita

La nota del quirinale, sulle dimissioni di massa dei parlamentari Pdl ha scatenato le reazioni dei politici in Parlamento - la nota integrale - l'analisi politica -

Fine della cortesia istituzionale tra Giorgio Napolitano e il Pdl. Se ne compiace il Pd. E perfino Antonio Di Pietro, suo acerrimo nemico, dal quale il Pd mai o quasi difese il presidente.  

Paradossalmente quel plauso di Guglielmo Epifani e dello Stato maggiore di Via del Nazareno alle parole durissime del capo dello Stato contro le dimissioni in massa dei parlamentari pdl (anticamera della crisi di governo), smascherano i reali sentimenti di ampi settori, vertici compresi, del Pd verso il capo dello Stato. Mai un plauso, mai un almeno un «siamo d’accordo» quando Napolitano proprio la sera della conferma della condanna Mediaset mise sul tavolo la riforma della Giustizia. Anzi, qualcuno sussurrò: «Ma che gli è saltato in mente, proprio stasera?». Il Pd spesso e l volentieri non lo ha difeso neppure dagli attacchi dei giustizialisti. 

Il Pdl la prese male quella frase di Napolitano il 1° di agosto: parla stasera di riforma della giustizia perché tanto ormai sa che Silvio Berlusconi è condannato definitivamente. Altri acuti osservatori invece ipotizzarono che dietro quell’«ora serve una riforma dell’amministrazione giudiziaria», ci fosse in realtà un'irritazione del presidente per quella sentenza.

Scontato il silenzio irritato a Largo del Nazareno quando Napolitano riconobbe nella nota del 13 di agosto a Berlusconi di restare «il leader incontrastato» di quasi dieci milioni di elettori.

Comunque sia, visto che è impossibile leggere nel pensiero del capo dello Stato, al Pd non è mai molto piaciuto il Napolitano riformista. Ora plaude a una sua nota (leggi qui ) di una durezza che, dicono nel Pdl, «avrebbero potuto scrivere anche Romano Prodi o lo stesso Stefano Rodotà». Ma la nota è la risposta a un altro annuncio durissimo: quello delle dimissioni in massa del Pdl dalle aule parlamentari se il 4 ottobre Silvio Berlusconi verrà dichiarato decaduto dalla Giunta per le Elezioni, nella seduta pubblica alla quale potrà partecipare lo stesso Cavaliere e intervenire a sua difesa, insomma l’ultima prima dell’arrivo del voto sulla decadenza o meno da senatore nell’aula di Palazzo Madama. 

Un annuncio  dirompente, definito da Napolitano «inquietante» perché «colpisce alla radice la funzionalità delle Camere», un annuncio che non suoni come una estrema pressione su di me «per il più ravvicinato scioglimento delle Camere». E ancora il capo dello Stato stigmatizza: «la gravità e l’assurdità dell’evocare “un colpo di Stato” o un’"operazione eversiva” in atto contro il leader del Pdl. L’applicazione di una sentenza di condanna definitiva, inflitta secondo le norme del nostro ordinamento giuridico per fatti specifici di violazione della legge è dato costitutivo di qualsiasi stato di diritto in Europa».

E alle accuse di non aver fatto niente per impedire la corrida giudiziaria nei confronti di Berlusconi, che senza più immunità rischia anche un arresto per la vicenda della cosiddetta compravendita di senatori, replica secco: «È dato costitutivo di qualsiasi stato di diritto in Europa la non interferenza del Capo dello Stato e del Primo ministro in decisioni indipendenti dell’autorità giudiziaria».

Non più accenni alla riforma della giustizia, non più onore delle armi al tre volte presidente del Consiglio, che ha presieduto un G7 e un G8. Non più: «Delle sentenze si deve prendere atto, ma si possono anche criticare (13 agosto ndr)». Ma perché tanta durezza, al punto da essere accomunato nel Pdl addirittura all’estremista Rodotà? Semplice, il rischio di una crisi di governo. E cioè quella che Napolitano ritiene una sua creatura, nata con il compito di fare le riforme e cambiare il porcellum, un impegno sul quale il presidente ha messo la faccia, in nome del quale aveva detto sì a quel sacrificio di restare, chiestogli per primo e soprattutto proprio da Silvio Berlusconi. Mentre secondo ricostruzioni fatte attraverso gossip incontrollati di Transatlantico, sarebbe proprio lo stato maggiore del Pd allora di Pier Luigi Bersani a chiedergli quelle dimissioni, alle quali Napolitano mai pensò (assicura chi lo conosce), per spianare la strada a un Prodi o a un Rodotà e andare a un governo con chi ci stava dei Cinquestelle.

Ora la musica dei rapporti tra Colle e Berlusconi sembra completamente cambiata. Però nel Pdl non tutto però starebbe filando liscio come l’olio.

Dalla notte tra mercoledì 25 e giovedì 26 settembre serpeggiano forti malumori: i cosidetti falchi, che avrebbero vinto, con Daniela Santanché e Denis Verdini in testa, e le cosiddette colombe che avrebbero abbozzato a malincuore come Fabrizio Cicchitto. Antonio Martino che ha lasciato i lavori alla sala della Regina prima del tempo e si è sfogato, cercando però di minimizzare: «Ma no, ma no, sono solo dimissioni in bianco, solo un gesto di affetto e di solidarietà con Berlusconi. Ma poi lei lo sa che io in Parlamento sono prigioniero? E cioè se mi dimetto, è il voto in aula che decide se devo andarmene o meno. Non è una cosa così semplice! Anche se per me questa legislatura fa schifo».

A chi gli ha chiesto se così il Pdl fa un regalo al Pd (di Epifani e Bersani, ma anche Massimo D’Alema) che non vedrebbe l’ora di staccare la spina per rinviare il congresso e candidare lo stesso Enrico Letta per far fuori Matteo Renzi, Martino ha risposto: «Noi non siamo in condizioni di fare un regalo a chiunque sia; qui non c’è trippa per gatti».

Invece parlamentari del Pdl, berlusconiani della prima ora e fedelissimi del Cavaliere, a denti stretti, sotto rigoroso anonimato, si sono sfogati: «Bel capolavoro, abbiamo regalato Napolitano agli estremisti di sinistra e abbiamo ricompattato il Pd che ora ci farà finire sulle pagine di tutto il mondo come irrenspondsabili». E ancora: «Si, sto firmando la lettera di dimissioni. E che devo fare? Sto con Berlusconi dal ’94, sono stato sempre leale, ma qui hanno vinto gli estremisti! Si, firmo le dimissioni, sennò mi buttano fuori dal partito. Ma non Berlusconi». Che, a detta di molti parlamentari, non avrebbe chiesto ieri notte le dimissioni, un’idea in realtà attribuita a Renato Brunetta. Tant’è che il capogruppo Pdl a un certo punto nella notte pare sia stato costretto a precisare: «Niente dimissioni di massa: io non ho chiesto dimissioni a nessuno, ognuno agirà secondo coscienza».

La raccolta in corso di dimissioni a Camera e Senato è stata vista come una replica alla durissima nota di Napolitano. Contro il quale si sono scagliati Santanché, Daniele Capezzone, Sandro Bondi, Emanuela Repetti. Gaetano Quagliariello, ministro delle riforme ha dato voce, alla protesta delle colombe: «Le dimissioni non si annunciano, si danno». E poi ha ricordato che mai Napolitano scioglierà le Camere senza la riforma del Porcellum. Cosa ribadita dallo stesso capo dello Stato nella nota arrivata dopo le 13.

A stretto giro di posta Daniela Santanché, responsabile organizzativa Pdl, a risposto a muso duro a Quagliariello: «E tu dov’eri ieri sera?». E sullo sfondo dello scontro anche interno al Pdl, ci sono stati anche due giorni curiosi per il capo dello Stato che paradossalmente disegnano la sua parabola politica di ex comunista migliorista, «un socialista mancato»: gli rimproverarono quando non era ancora presidente, di essere rimasto a metà del guado. Ma il «socialista mancato» torna ad essere chiamato come testimone dalla Procura di Palermo al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia. Una notizia arrivata, sicuramente casualmente, proprio il giorno dopo in cui Napolitano ha fatto uno strappo recandosi a un convegno dedicato al trentennale del governo Craxi. Uno strappo silenzioso. Ma a Panorama.it risulta che Napolitano prima di entrare in sala si sia intrattenuto brevemente con Stefania, Bobo e Anna Craxi. Era tanto che non vedeva più la vedeva di «Bettino», Annamaria Moncini, alla quale inviò nel decennale della morte dello statista socialista, un fax proprio nella casa dell’esilio (della latitanza per i Pm di Milano) di Hammamet. Napolitano avrebbe riconosciuto nel breve colloquio che il governo Craxi ebbe tanti meriti.

L’ex direttore del Tg1, senatore del Pdl, Augusto Minzolini, uno dei falchi teorici della crisi di governo, rimproverò a Napolitano di averci «messo vent’anni» prima di fare questo strappo. E questo è un dato di fatto. E però Napolitano lo ha fatto: «È stato l'unico dei presidenti della Repubblica», riconobbe con Panorama, Anna Craxi.  Ma nella maledizione della politica italiana e di una sinistra mai diventata socialdemocratica (Berlusconi. videomessaggio ndr)  le sliding doors della storia e della cronaca non sono destinate a incontrarsi mai.

Intanto, mentre la corrida giudiziaria per infilzare con le banderillas il «toro» Berlusconi prosegue senza sosta e certamente «anche i Moderati si arrabbiano», nei confronti dell’Italia, già condannata per questo, la Ue ha aperto una procedura di infrazione perché siamo l’unico paese europeo dove non c’è una vera responsabilità civile dei giudici. Peccato che Napolitano nella nota delle 13 di giovedì 26 settembre su questo non abbia detto nulla.

Gli ultimi spifferi dicono che Letta dopo aver chiesto la verifica già martedì a Montecitorio, dove è atteso per Telecom, dovrebbe aprire la "parlametarizzazione" della crisi, insomma aprire la discussione e andarsi a contare alla fine sul voto di fiducia. A meno di un miracolo!
Nel Pd intanto esultano e hanno trovato la quadra: ci saranno le primarie anche per candidato premier: così Letta potrà candidarsi, ma anche Renzi che correrà pure alle primarie del Pd.

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