Il senso delle parole di Napolitano su antipolitica ed eversione
ANSA/ANGELO CARCONI
Il senso delle parole di Napolitano su antipolitica ed eversione
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Il senso delle parole di Napolitano su antipolitica ed eversione

Le "piccolate" del Capo dello Stato hanno due bersagli: Grillo e Salvini. Ma il cerchio dei possibili eversori è più largo, in realtà. E più trasversale

Adesso anche il presidente Napolitano si mette a fare il "picconatore", con la differenza rispetto alle "picconate" dell’illustre predecessore Francesco Cossiga che i colpi di piccone di Re Giorgio non si abbattono sul sistema di una Repubblica da riformare e forse rifondare, ma la puntellano. Proprio nel momento in cui dal vaso di Pandora della Capitale politica esce tutto il marciume della corruzione e del malcostume che hanno inquinato destra e sinistra fino a far ipotizzare alla Procura di Roma l’associazione mafiosa, Napolitano sfodera la spada e usa parole che sono pietre.

Come quelle sulla "patologia dell’antipolitica" che può "degenerare in violenza, che può destabilizzare, che può creare eversione". Eversione, termine scelto non a caso. Reato gravissimo. Da perseguire. Da stroncare. Sbaglierò, ma temo che prima di dimettersi il capo dello Stato si toglierà altri sassolini. Questo è il primo, ha un nome e cognome anche se Napolitano non li pronuncia: Beppe Grillo. O Matteo Salvini. O entrambi. Ma se Grillo e Salvini sono alfieri dell’antipolitica, Napolitano e il Parlamento (questo Parlamento qui) sono l’incarnazione della politica bersaglio dell’anti-politica.

L’antipolitica "politica" è anche dentro il Parlamento, quindi il capo dello Stato piccona una parte del Parlamento, una parte di elettori. Elettori che sull’onda del disgusto per questa politica e questi politici non credono nel volto austero delle istituzioni e decidono di non votare o di esprimere voti di protesta, voti "anti". Forti ma legittimi. Che vanno rispettati. Napolitano denuncia non solo l’antipolitica ma "le infiltrazioni criminali e la corruzione", ci mancherebbe. Eppure, perché accomunare nel discorso all’Accademia dei Lincei questi due volti: la politica degenerata e l’antipolitica eversiva?

Il guaio è che il Presidente rischia di apparire sordo all’allarme che sale dal Paese. Al ciclone della crisi. Alla disperazione di quanti hanno perso la fiducia in chi legifera e governa. Gli "antipolitici" sono eversori? Possono esserlo, come possono esserlo i politici. Ma che il Quirinale si arrocchi nella sua torre d’avorio in difesa del "sistema", rischia di semplificare e banalizzare i tanti problemi di un Paese sfasciato. Antipolitici non sono i potenziali eversori che sabotano i cantieri della Tav o si scontrano con la polizia. I no-Tav, gli antagonisti, le frange sindacali estremiste sono pezzi di politica. Militanti.
Possono mai diventare bersaglio dei difensori del sistema gli "antipolitici" piccoli imprenditori strozzati dal fisco, gli studenti costretti a emigrare e cercare fortuna all’estero, i neo-laureati e i professionisti che si vedono superare nell’accesso al lavoro dai raccomandati? L’aulico e alto richiamo all’onore della politica e delle istituzioni rischia di suonare falso. E anche un po’ di parte.

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