Islam: festa sacrificio a Napoli, imam ringrazia Italia
ANSA / CIRO FUSCO
Islam: festa sacrificio a Napoli, imam ringrazia Italia
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Musulmani laici: quelli invisibili

Relegare i musulmani a parlare solo di Islam, escludendo quelli laici dal dibattito, è una forma di discriminazione che rafforza gli Islamisti

Spesso e volentieri, quando si affrontano temi legati all’Islam e alla sua interazione con la società occidentale, spunta chi chiede: “Dove sono i moderati? Quanti sono? Perché non manifestano?”, quasi a mettere in dubbio la loro stessa esistenza. La migliore risposta a chi avanza questi dubbi è la manifestazione organizzata recentemente da un gruppo di giovani italo-egiziani a Milano contro il terrorismo in cui è stata però sollevata una questione ancor più importante della condanna del fondamentalismo: "Non ci sentiamo rappresentati dalle associazioni islamiche e islamiste".

A pensarci bene, questo volto laico della comunità islamica è totalmente assente dai media italiani: quando si parla di immigrazione e Islam vengono esclusivamente proposti i soliti referenti delle associazioni islamiste che avanzano, per esempio, pretese per orari separati per le donne in piscina come se fosse una conquista di civiltà e non una regressione dei costumi sociali. La visibilità mediatica diventa poi un trampolino di lancio politico (o viceversa), e i musulmani laici si ritrovano nei fatti rappresentati, mediaticamente e politicamente, da chi è lontano anni luce dal loro modo di vivere e intendere l’Islam.  

Non vi è alcun dubbio che, negli ultimi anni, l’Islam politico abbia guadagnato terreno a danno dell’Islam laico. La diffusione del velo e del burkini in paesi che prima non li conoscevano ne è un segnale manifesto. Ma non vi è dubbio anche nel fatto che il maniacale interesse dell’Occidente, per questioni di audience o di consenso elettorale, per ciò che ci rende diversi, invece che per ciò che ci rende uguali ad aver alimentato questa avanzata. Il solo fatto che sui media non vengano invitati musulmani laici, perché ritenuti non abbastanza musulmani, e quindi non abbastanza rappresentativi e spendibili mediaticamente e politicamente, rafforza i loro avversari.

Sarebbe necessario inoltre che, prima o poi, si rifletta anche su come i mezzi di informazione in Italia tendano a circoscrivere le loro domande ai cittadini o immigrati musulmani ad una rosa molto ristretta di temi: le moschee, il terrorismo, il velo, l’infibulazione e la lapidazione. Non è stato mai interpellato un musulmano su uno qualsiasi dei temi politici, sociali o culturali che normalmente vengono dibattuti sui media o un qualunque fatto di cronaca che abbia coinvolto l’opinione pubblica che non abbia a che fare con la rosa di argomenti sopra citati. Io stesso, quando ho espresso un’opinione sul recente referendum, venni invitato da qualche lettore ad occuparmi di “Islam e basta”.

Ai musulmani è stata implicitamente assegnata una sola parte in commedia secondo cui devono occuparsi appunto unicamente di Islam e di immigrazione, anche se vivono in Italia da vent’anni o sono di seconda, terza o quarta generazione. Questa spiega anche perché i pochi musulmani che sono stati finora eletti nelle istituzioni provengano tutti dall’ambito dell’associazionismo islamista e siano perfettamente aderenti al cliché che media e politica si sono fatti dei musulmani, o almeno come dovrebbero essere. In un clima simile, le associazioni islamiste che propongono un modello politico basato sull’identitarismo religioso non possono che rafforzarsi ulteriormente.

In Italia vivono un milione e mezzo di musulmani. Tra loro c’è chi scrive poesie, chi si occupa di arte contemporanea, chi lavora in borsa. Non esistono mica solo gli attivisti e le attiviste delle associazioni islamiste, e le solite questioni trite e ritrite sulle moschee, il Ramadan, il burkini. Eppure di tutti questi nessuno parla perché non corrispondono al cliché richiesto e ricercato. La massima trasgressione ammessa è la musulmana che concorre a Miss Italia. Dopodiché, il nulla. Perché questi sono i ruoli che una certa politica, nella sua magnanimità, ha assegnato ai “nuovi cittadini” per "fare integrazione", o per “denunciare l’invasione”.

A una certa sinistra piace l’immigrato che proviene dal giro delle moschee, con una storia strappalacrime alle spalle che funga da esempio di riscatto sociale in grado di muovere a pietà l’elettore medio. A destra, si predilige l’immigrato che proviene sempre dal giro delle moschee, possibilmente in vena di lanciare qualche proclama che spaventa l’elettore medio. E per sfuggire all’accusa di razzismo, ci si può al massimo spingere alla ricerca dell’immigrato musulmano che parla male degli immigrati e dei musulmani.

Non c’è spazio per la normalità o le vie di mezzo, per le posizioni giuste ed equilibrate, ma al contempo severe e non buoniste, perché in Italia - sia a destra che a sinistra – prevale il modello dell’ “Immigrato da complemento”. E chi non si adegua al ruolo di “soprammobile”, viene prontamente escluso. Eppure relegare una persona in un determinato ambito, foss’anche intellettuale, è una forma di discriminazione non meno razzista di quella che lo esclude del tutto.

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