Reazioni alla camera al discorso di Napolitano
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Reazioni alla camera al discorso di Napolitano

Tra ricordi, aneddoti e soprattutto tensioni per il Governo (Amato?)  - il testo e il video del discorso - le immagini - le reazioni su twitter - L'analisi di Marco Ventura -

“Ora devono fare come dice il presidente. Il Pd ha dato uno spettacolo terribile. Ora, ripeto, si fa come dice lui”. Lo dice a Panorama.it  la
senatrice democrat Franca Chiaromonte, figlia di Gerardo, che per Giorgio Napolitano era come un fratello. Franca, ex dirigente della Fgci romana, ex inviato dell’Unità, poi senatrice, da sempre su posizioni garantiste e dialoganti con l’avversario politico, sulla scia dell’insegnamento di suo padre, è commossa e entusiasta per il discorso che il rieletto capo dello Stato ha fatto nell’aula di Montecitorio “Grande, grande presidente Giorgio...”.

Franca può chiamarlo con il nome di battesimo. Lo conosce fin da bambina e dopo aver perso il papà vent’anni fa, “Giorgio” per lei è
diventato una sorta di padre putativo. Ma tutto il Pd farà come auspica la senatrice Chiaromonte ? Darà vita con compattezza  a quelle intese tra forze diverse per fare le riforme (in primis legge elettorale e riforme istituzionali a cominciare dal superamento del “bicameralismo paritario”) che ha chiesto il presidente Napolitano?

Il capo dello Stato ha detto chiaramente che non spetta a lui indicare le formule del nuovo governo, ma ha sottolineato che il governo per nascere deve avere “la maggioranza alla Camera e al Senato”. Insomma, quello di cui Pier Luigi Bersani, segretario dimissionario del Pd, non aveva preso atto, a giudicare dalla sua umiliante e inutile rincorsa dei Cinquestelle.

Di più: Napolitano ricorda che in nessun paese europeo ormai governa un partito solo, “neppure nel Regno Unito”, scandisce. I risultati elettorali del 24 e 25 febbraio “indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale”.

Qui il presidente si rivolge anche ai Cinquestelle (l’opposizione di un governo di larghe intese), gli unici a non applaudire.

Napolitano, dopo averla data innanzitutto al Pd,  dà una lezione anche ai grillini quando liquida come “avventurosa e deviante la contrapposizione tra piazza e Parlamento” così come la contrapposizione tra “rete e forme di organizzazione politica”. Rivendica il ruolo dei partiti politici nel processo democratico, ricordando quando lui divenne deputato a 28 anni. Si commuove il presidente e beve un sorso d’acqua. Si era commosso altre due volte all’inizio, quando ha ammesso di aver accettato il secondo mandato “sottoponendo a seria prova le mie forze”.

Si commuove in modo sobrio ed elegante, “Lord Carrington”, come quando prima di iniziare il discorso estrae il fazzoletto bianco dalla tasca  in modo veloce e discreto per soffiarsi il naso. Inizia con voce più bassa, poi i toni si alzano e diventano netti e alti , quando avverte i partiti che la standing ovation di applausi non li assolve dai loro errori e dalle loro omissioni.

Ma chi esce più malconcio dalla reprimenda di Napolitano è il partito dal quale il presidente proviene. Scandisce il capo dello Stato: “Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore  per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse. È segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche”. A chi si riferisce se non alla pervicace insistenza di Bersani di andare a un governo di minoranza? A chi si riferisce se non alla sua linea di una nuova conventio ad excludendum del Pdl e di Silvio Berlusconi?

Ma il capo dello Stato ne ha anche per il centrodestra quando dice che “forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti”.

Certamente in questi quasi sessanta giorni intercorsi dalle elezioni, il no alle larghe intese o convergenze è venuto tutto e solo dal Pd.
Berlusconi e il Pdl sono stati sempre coerentemente fermi sulla loro richiesta di un governo di unità nazionale. C’è già chi teme, tra i
parlamentari che hanno accolto con più entusiasmo il discorso del presidente, che in cento del Pd potrebbero non votare il nuovo governo.

Il nome più gettonato per guidarlo è quello di Giuliano Amato. Ma sembra senza i due vicepremier, Enrico Letta per il Pd e Angelino Alfano per il Pdl. Perché? “Letta sarebbe cecchinato subito dai suoi nemici interni”, confida un deputato. Anime impazzite e incontrollate del Pd potrebbero votare contro. Ma certamente non i dalemiani e neppure i veltroniani. E secondo alcuni neppure i renziani. Walter Verini, uno degli uomini più vicini a  Walter Veltroni, dice: “Qualsiasi soluzione il presidente ritenga migliore, noi la seguiremo”.

Silvio Berlusconi è chiaro: si fa un governo politico, niente più governi tecnici. E Maurizio Gasparri: “O ministri politici o elezioni”. C’è una
parte del Pdl che le vorrebbe. Ma non il Cav che lo dice nelle tante interviste concesse alle tv. Domani, 23 aprile, alle cinque della sera
direzione Pd. Al Colle per le consultazioni lampo di Napolitano saliranno i capigruppo Luigi Zanda, Roberto Speranza  ed Enrico Letta.

Per la soluzione Amato c’è però da superare il veto non indifferente della Lega Nord. Anche se alcuni pensano che alla fine potrebbe dare un appoggio esterno. E se al governo entrasse anche Giancarlo Giorgetti, uno dei saggi voluti da Napolitano, il bocconiano del Carroccio, stimato da tutti in Parlamento?

Vedremo. Ma tutti dovranno tener conto del fatto che Napolitano ha detto chiaro e tondo che lui non ha accettato questo sacrificio per realizzare “l’ingovernabilità”. E se non si fanno quelle convergenze sulle riforme che chiede “ne prenderò atto”. Come dire, trovatevi un altro presidente. Anche se “Lord Carrington”, uomo, che come dice l’amico di una vita Emanuele Macaluso “ha sempre anteposto le
istituzioni al partito”,  sottolinea che lui eserciterà il suo ruolo nel rispetto della Costituzione e quindi senza andare oltre rispetto a
quanto gli è assegnato:

“Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione “salvifica” delle miei funzioni”. Annuncia che lo farà fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno”. Ma il presidenzialismo di fatto già c’è. E lui è già “Re Giorgio secondo”.

Ha riconosciuto a Berlusconi, nel colloquio di sabato mattina al Quirinale, di essersi comportato da statista. E il Cav ricambia: “Meno male che Giorgio c’è”.

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