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Ma gli italiani non hanno ancora imparato la lezione di Dante

L'ideatore del flashmob per celebrare il Sommo poeta riflette sulle divisioni che ancora imperversano nel nostro Paese. E che si sono ripresentate anche in occasione del Dantedì.

Dopo quasi 700 anni, il Sommo poeta ha avuto il suo giorno: il 25 marzo si è finalmente celebrato il Dantedì. Peccato che gli italiani non abbiano ancora fatto proprio il messaggio del padre della patria.

Attesissimo dalle scuole, ma anche da appassionati e studiosi, proprio ai nastri di partenza l'evento sembrava dovesse cadere nel dimenticatoio, causa isolamento generale da coronavirus. Invece tanti insegnanti, in modo improvvisato e coraggioso, sono stati capaci con i loro studenti di stringersi attorno a Dante Alighieri e ai suoi testi, contribuendo a fare di questo 25 marzo dedicato al Sommo poeta un momento di omaggio e di festa.

A tutti questi piccoli ma significativi gesti, anche di grande qualità, si sono aggiunte iniziative più grandi, capaci di coinvolgere potenzialmente tante e tante persone, anche al di là del popolo della scuola, organizzate da ministeri diversi e da società di stampo letterario. Ma i primi a rilanciare l'iniziativa in modo che non cadesse nel vuoto siamo stati noi, attraverso Panorama. La nostra idea era di usare nuovi strumenti e nuove modalità, come quello di ritrovarsi alla finestre e sui balconi, stavolta per Dante, scegliendo un orario che non interferisse con altre iniziative, come quella – ora decaduta – della musica alle ore 18.

Il nostro appello ha avuto un buon seguito, fin da subito, in Italia e su scala internazionale. Ma, al di là del primato, a noi interessava dar vita a un evento collettivo, che unisse l'Italia attorno a Dante. Pertanto ci eravamo mossi per promuoverlo anche a livello istituzionale. Ma non siamo stati ascoltati. Dopo il lancio del nostro evento, nel giro di qualche giorno sono sorte altre iniziative, promosse da diversi enti. Il risultato è che il 25 marzo, nel giro di sei ore, si sono replicate quattro iniziative assai simili, anzi analoghe. È mancato il coordinamento: un po' per fretta, un po' per la situazione, un po' per la corsa a intestarsi l'evento. Ma soprattutto perché la lezione di Dante non è stata ancora appresa.

Si è trattato di eventi di successo, sia chiaro, con contributi di spessore da parte di personaggi di richiamo e di grandi studiosi magari lontani dai riflettori, così come di politici e accademici, di università intere e di associazioni da ogni parte del mondo.
Quello che è mancato, però, è stato un accordo armonioso, per celebrare di concerto, in condizioni anomale e critiche, un padre dell'Italia.

La lezione di Dante è limpida, se si parla di azione comune, e più in grande di politica: vanno superati i particolarismi e gli individualismi a vantaggio di un bene unico di ampio respiro, affinché ogni gesto possa essere di conforto e di costruzione per la comunità. Quando nel Purgatorio si incontrano Sordello e Virgilio, da sconosciuti, solo perché compatrioti si riconoscono amici, fratelli, tanto che «l'un l'altro abbracciava». Questo è quello che dovrebbe scaturire quando c'è un bene comune: affetto, unità di intenti, volersi bene al di là dei personalismi.

Oggi siamo abituati alle fazioni, ovunque: in Parlamento, in una assemblea condominiale, in un consiglio di amministrazione, in un consiglio comunale, all'interno dello stesso partito. Lo stesso termine «partito» contiene la parola «parte», per cui si presenta già come un'entità che da sola non può essere rappresentante del tutto.

Anche in questa festa dantesca ci si è un po' divisi in partiti, per intestarsi l'evento più clamoroso: peccato, Dante non avrebbe apprezzato. Non tutto è perduto, potremo rifarci già da domani. Passata la festa, ricordiamoci di Dante.

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