La monarchia repubblicana di Napolitano
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La monarchia repubblicana di Napolitano
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La monarchia repubblicana di Napolitano

La sentenza della Consulta contro il Porcellum blinda l'esecutivo. E rafforza la posizione di Re Giorgio II, vero deus ex machina di questa fase politica - L'analisi

Ora «Re Giorgio secondo» non è più nudo. Ammesso che qualcuno fosse mai stato convinto che lo fosse, soprattutto negli ultimi tempi in cui il governo aveva preso a fibrillare e lui era stato chiamato a testimoniare sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia dai giudici di Palermo. Ora, dopo la decisione della Consulta di rottamare «il Porcellum», dichiarato illegittimo, obbligando quindi il parlamento a fare una riforma elettorale, il governo è davvero blindato. Urne addio, fino  al 2015 e oltre. E dietro al premier, Enrico Letta si staglia sempre grande la figura del capo dello Stato. Il presidenzialismo di fatto è già sotto i nostri occhi. La «monarchia» repubblicana, di «Re Giorgio secondo», è come il sole attorno al quale gira la terra dei partiti. Rispettoso della Costituzione, conoscitore pignolo e profondo dei regolamenti parlamentari, cosa che anche dentro Forza Italia più di uno gli riconosce, Giorgio Napolitano ha rinviato il governo alle Camere l’11 dicembre per la fiducia, dopo la pressante richiesta degli «azzurri», passati all’opposizione. Ma ora quel dibattito rischia di vanificarsi.

Anche se la vittima numero uno della decisione della Consulta è Matteo Renzi che rischia di dire addio al bipolarismo e restare stritolato in patti nei quali non potrà più sbeffeggiare neppure la formazione più piccola dell’esecutivo, il Nuovocentrodestra di Angelino Alfano. Il vicepremier è stato tra i primi a plaudire alla decisione della Consulta, tirando un sospiro di sollievo.

Silvio Berlusconi, il presidente di Fi, decaduto solo una settimana fa da senatore, ha preferito  non commentarla l’annuncio della Consulta. E del resto quand’anche si ritornasse al proporzionale, Forza Italia, con il suo oltre 20 per cento, avrà sicuramente più margini di manovra non solo di Alfano ma dello stesso Renzi, che intanto dovrà vedersela con la maggioranza dei parlamentari Pd, nominati da Pier Luigi Bersani

Il dato che emerge di più è ormai il potere sempre più forte di Napolitano. Che ha mantenuto il punto sulla questione da lui messa al primo posto quando ha accettato «il sacrificio» del secondo mandato: la riforma della legge elettorale. Anche se, avverte che al proporzionale non si può tornare, "come già sancito nel '93", con l'avvento del sistema maggioritario.

Le decisioni politiche che contano si prendono ormai sul Colle più alto, dal quale Letta ora è più che mai dipendente. Nessuno può fare automatismi tra le decisioni prese dalla Consulta e il capo dello Stato. Ma attenti osservatori individuano come strategica, in vista del pronunciamento sull’illegittimità del Porcellum, la recente nomina da parte del presidente di Giuliano Amato a consigliere della Corte costituzionale, al quale sarebbe giunta ieri, ma non c'è conferma, una telefonata dal Quirinale per chiedergli di affrettare i tempi della decisione.

«Re Giorgio secondo» non è più nudo, ammesso che lo sia stato. Il contrario. Ma forse ora a essere un po’ più nudo ora è il popolo sovrano, a norma di Costituzione. Giuliano Ferrara ha recentemente invocato un ritorno alle urne, usando parole cortesi ed eleganti nei confronti del presidente, non ritenendolo affatto implicato in qualche macchinazione contro il Cav. Ma certamente, si sentono ancora e forti gli echi  del silenzio nel quale è piombato il Colle, da quando il Senato, presieduto da Pietro Grasso, ha messo in moto a partire dal 9 di settembre la «ghigliottina» della decadenza. Con voto elettronico, con tanto di spallucce da parte della seconda carica dello Stato di fronte alla valanga di ordini del giorno di Fi (presentati soprattutto da Francesco Nitto Palma, ex magistrato e presidente della commissione Giustizia del Senato e Elisabetta Alberti Casellati, senatrice e avvocato autorevole). Sotto accusa: «La violazione del regolamento del Senato». 

Per Berlusconi voto palese, quando sulla singola persona la prassi prevede il voto segreto. Lasciamo poi stare l’impossibilità data al Cavaliere, fatto riconosciuto dallo stesso ex pci di rango e uomo delle istituzioni, Luciano Violante, di difendersi dalla norma «incostituzionale» sulla applicazione retroattiva della legge Severino. Il Re è tutt’altro che nudo, ma Giorgio Napolitano è anche il presidente di quasi dieci milioni di italiani che il 27 novembre hanno visto decadere, il proprio voto. Lo avevano dato il 24 e 25 febbraio al senatore Berlusconi. 

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