L'Italia non conta nulla (in politica estera)
ANSA/ETTORE FERRARI
L'Italia non conta nulla (in politica estera)
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L'Italia non conta nulla (in politica estera)

La visita di Obama ci lascia un'amara verità. E ci vorranno anni prima di tornare ad essere un paese autorevole

Niente. Non contiamo niente. La visita di Barack Obama in Italia si riduce a due immagini: Obama con Papa Francesco e Obama al Colosseo. La più importante è la prima, l’unica che dà senso alla tappa romana di “Potus”, il presidente degli Stati Uniti. La seconda si accompagna al commento di Obama: “È più grande di un campo di baseball”. Folklore. 

La cosa pazzesca è che mentre i giornali centravano tutte le cronache sulla fuffa diplomatica in salsa di politica interna (gli elogi di Barack a Matteo, con sfiziose sfumature di traduzione dall’inglese al renziano: “impressed” non significa “impressionato” ma “colpito”), Roma inanellava una sfilza di severe sconfitte in politica estera: 

- il tramonto definitivo della candidatura italiana alla guida della NATO, che è andata all’ex premier norvegese Jens Stoltenberg contro Franco Frattini e poi Enrico Letta (l’acrobazia del passaggio di sella da un cavallo all’altro in dirittura d’arrivo non ha giovato ai colori italici);

- la secca sconfitta sui marò inferta dalla furbissima giustizia indiana allo stuolo del tutto inutile, anzi controproducente, di alti papaveri giuridico-diplomatici che affiancano i poveri fucilieri di Marina Latorre e Girone (il rinvio di un mese da parte della Corte Suprema sul merito dell’istanza contro l’impiego della National Investigation Agency, l’FBI indiana, non è uno stop al processo, che non è ancora cominciato dopo quasi due anni e due mesi, ma alla strategia che si andava finalmente delineando a Palazzo Chigi di ricorso all’arbitrato internazionale e contemporaneo rifiuto della giurisdizione indiana);

- lo spettacolo inverecondo del balletto di annunci, smentite, distinguo e conferme sul taglio al programma di acquisto dei supercaccia F-35. Renzi spinge per la revisione di spesa attraverso la riduzione di numero e varietà dei previsti 90 Joint Strike Fighter F-35 (70 dei quali a decollo convenzionale e 30 verticale), ma non è chiaro se a Obama abbia garantito il mantenimento di una soglia di acquisizioni. Incertezza che si riverbera sul ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che davanti ai vertici militari per il 91° compleanno dell’Aeronautica militare s’affretta a uscir di protocollo e consegna ai generali il messaggio-hashtag “state sereni” che non si capisce se riferito ai tagli al personale, ai supercaccia o al cielo azzurro. Per di più con il Pd, partito perno del governo, lacerato all’interno da visioni opposte pro o contro (anzi, pro e contro) la conferma delle commesse italiane. 

Sia chiaro, Matteo Renzi non ha grandi colpe. È capo del governo da pochi giorni, deve ancora costruirsi un’autorevolezza internazionale, e gestisce dossier di politica estera ampiamente compromessi dai precedenti governi Monti e Letta. Pesa anche su di lui il fatto di non essere un premier eletto dal popolo ma piombato dall’alto grazie a faide di palazzo. È l’Italia in sé che conta di meno, sempre di meno, praticamente zero.

E così, il semestre di presidenza italiano della UE che comincia a luglio rischia di essere solo una parentesi cerimoniale di scarsa sostanza, minato dalla concomitanza con le elezioni per l’Europarlamento e il ricambio ai vertici dell’Unione e della Commissione Europea. Renzi non ha la forza di portare nell’Unione una visione diversa di politica economica rispetto a quella prevalente nel Nord Europa, in particolare in Germania, basata sulla centralità del rigore, dell’austerità, e di riforme strutturali che probabilmente Matteo avrebbe anche la volontà di fare, ma che hanno troppi nemici e sabotatori in patria. E con alle spalle un paese che non ha ancora la consapevolezza dei propri ritardi, della propria irrilevanza, del proprio scollamento dal mondo che avanza. Renzi o non Renzi.

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