Iraq: un miracolo economico ostacolato da terrorismo e corruzione
Ignazio Ingrao
Iraq: un miracolo economico ostacolato da terrorismo e corruzione
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Iraq: un miracolo economico ostacolato da terrorismo e corruzione

Una crescita del Pil che tocca il 9% annuo trascinata da petrolio e infrastrutture con grandi opportunità anche per le imprese italiane

Un immenso parco acquatico con piscine ultramoderne e persino la possibilità di fare sci d’acqua. Le foto del progetto campeggiano nel palazzo del governatore di Bassora, Majed al Nasrawe. Con i suoi 2,4 milioni di abitanti, Bassora è la terza città dell’Iraq (dopo Ninive, al nord con 3,1 e la capitale Baghdad con 6,7). Al sud del Paese, sulle rive dello Shatt al Arab, la confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, Bassora è il cuore economico dell’Iraq.

“Produciamo l’80 per cento del prodotto interno lordo del Paese”, dichiara orgoglioso al Nasrawe a Panorama. Probabilmente esagera nelle cifre, ma un fatto è certo, Bassora è la locomotiva dell’Iraq. E la ragione principale naturalmente è il petrolio, che potrebbe portare nel giro di dieci anni l’Iraq a diventare il primo produttore mondiale, grazie anche alla riduzione della capacità produttiva dell’Arabia Saudita.

Ma proprio Bassora è la metafora delle contraddizioni dell’Iraq che cerca di affrontare questo faticoso dopoguerra. L’economia del Paese corre a ritmi da primato. La crescita annuale del prodotto interno lordo è impressionante: + 8,2 per cento nel 2013, +8,7 per cento nel 2014 fino ad arrivare a un +9,7 per cento atteso nel 2017. La produzione del petrolio passerà dai 2,9 milioni di barili nel 2012 ai 5,1 milioni di barili nel 2017. Con una bilancia commerciale costantemente in attivo ma che vedrà crescere in maniera straordinaria sia le esportazioni dai 93,9 miliardi di dollari nel 2012 ai 170,9 miliardi di dollari nel 2017, sia le importazioni che passeranno dai 56,9 miliardi di dollari del 2012 ai 126,7 miliardi di dollari nel 2017. Per un Paese grande una volta e mezza l’Italia con 33 milioni di abitanti.

Attraversando Bassora tuttavia l’impressione è opposta: la periferia segnata da baracche e case poverissime, le strade preda di ingorghi e non di rado in cattivo stato, diverse abitazioni diroccate. Le persone si dividono tra la speranza e la paura. Speranza per un futuro migliore che affidano a questa economia in crescita (segnata tuttavia ancora da un’inflazione che salirà oltre al 6 per cento nel 2017) e paura per la grande insicurezza che regna anche qui nel Sud.

Baghdad e il nord del Paese certo sono ancora più insicuri, ma anche qui le famiglie escono al mattino con il timore di non rivedersi alla sera per i numerosi attentati che segnano questa fase della vita del Paese. “Stiamo investendo con decisione nelle infrastrutture, nella formazione e puntiamo anche a sviluppare il turismo che valorizzi le testimonianze archeologiche della Mesopotamia, culla della civiltà”, spiega il governatore di Bassora.

Difficile però vedere, almeno per il momento, un impatto significativo di questo impegno sul fronte delle infrastrutture. La corruzione è una piaga che segna l’economia del Paese. Quanto più cresce la circolazione del denaro tanto più la corruzione di fa sentire. Mentre il petrolio rappresenta una scorciatoia troppo comoda per impegnarsi in maniera davvero decisiva in altri settori, come quello dell’agricoltura. Fa impressione vedere una delle regioni più fertili del mondo, con ampie aree lasciate incolte.

Tuttavia l’Iraq di oggi rappresenta un luogo di grande attrattiva e di rilevante interesse anche per le imprese italiane. Naturalmente l’Eni per l’estrazione del petrolio, come riferisce il governatore, ma anche le imprese le grandi imprese di costruzione. “Le potenzialità sono enormi, per questo nei mesi scorsi abbiamo portato qui in Iraq gruppi di imprenditori italiani, anche di medie imprese, per mostrare loro quante opportunità ci sarebbero qui, soprattutto nel Sud, dove la situazione è assai più tranquilla”, spiega Maurizio Zandri, direttore generale di SudgestAid, l’ente di cooperazione che promuove la formazione di una classe dirigente in Iraq e accompagna iniziative di sviluppo imprenditoriale. Partiti i militari, il nostro Paese potrebbe oggi tornare in Iraq con gli imprenditori per promuovere sviluppo duraturo e opportunità di crescita sociale per la popolazione.

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